Privacy Policy

A ognuno i suoi fantasmi

Il primo racconto proposto è quello che dà il nome alla raccolta: si tratta di un racconto breve che si svolge in riva al mare, e parla dello stupore con cui un padre e una figlia osservano lo strano comportamento di un tizio che, vestito, entra in acqua fino alla cintola.…


Papà, per il mio compleanno, mi porti al mare?, mi aveva chiesto Antonia.

Certo, quattordici anni devono essere festeggiati come si deve. E stasera, grande festa con i tuoi amici. Pensa, a dicembre, quando compirò gli anni anch’io, ne avrò il triplo dei tuoi.

Ma li porti bene, pi, lo dicono tutti.

L’avevo interrogata con lo sguardo. Lei aveva arricciato il naso e alzato le sopracciglia. È una delle sue smorfie preferite quando è di buon umore. Davvero, aveva aggiunto.

È la prima domenica di aprile. Siamo usciti dalle lunghe gallerie dell’inverno ed entrati nei territori di una primavera luminosissima: dopo essersi fatta desiderare a lungo, vuole farsi perdonare per la negligenza.

Ci troviamo a Monterosso, seduti di fronte al mare.

Un lieve vento dal nord, quasi certamente di tramontana, ci accarezza le spalle e sta spianando il mare, che a tratti ha voglia di giocare e forma spruzzi e corone rapide di schiuma, a tratti si fa serio e diventa una lavagna d’argento appena increspata.

Poco più avanti, a sinistra, c’è un uomo, non l’avevamo notato subito, che sta prendendo delle lattine di birra vuote, tre o quattro alla volta, da una grande borsa appoggiata a terra. Le prende in braccio con cura, le tiene contro il petto come fossero dei cuccioli, si avvia verso il mare.

Procede senza esitazione, le piccole onde gli bagnano le scarpe, il risvolto dei jeans, ma lui non si ferma, continua ad avanzare ed entra in acqua, fin quasi all’inguine.

Papà, guarda!, esclama Antonia.

L’uomo prende in mano una lattina mentre con un braccio tiene ben strette le altre, la immerge fino a riempirla, poi la solleva, la capovolge e svuota tutta l’acqua. Quando non gocciola più, la gira, la raddrizza e la muove in alto, di lato, facendola oscillare fino a trovare una posizione che consenta al sole di entrare attraverso il buco della linguetta. Scuote la lattina per assicurarsi che non sia rimasta sul fondo neppure una goccia; poi la riposiziona in favore di sole, vicino all’occhio destro, cercando di scrutare il fondo illuminato.

Ripete l’operazione per ogni lattina. Ogni volta che deve prenderne una, si muove con cautela, non c’è fretta nei suoi movimenti.

Papà, mi chiede Antonia, cosa sta facendo quell’uomo?

Non lo so, rispondo. Sembra che stia lavando delle lattine.

Quando ha finito di pulirle, esce dall’acqua, si avvicina alla borsa e le mette lì vicino, in fila sui sassi, ad asciugare. Si allontana facendo due passi indietro, le guarda come farebbe un indiano per scrutare l’orizzonte o un artista per verificare come sta venendo la sua opera, si riavvicina, raddrizza una lattina che era rimasta leggermente inclinata. Sembra soddisfatto.

Avrà una quarantina d’anni, un fisico tozzo, capelli corti di un biondo scuro, un viso ben squadrato, mento e zigomi marcati, gli occhi… è difficile dirlo, li tiene socchiusi, forse sono chiari. Ciò che colpisce del suo viso sono le rughe. Profondissime quelle sulla fronte, a raggiera quelle intorno agli occhi; due rughe nette intorno alla bocca, piuttosto distanti dalle labbra, sembrano due solchi.

Riprende l’operazione con altre lattine.

Antonia continua a guardarlo: tiene la testa diritta davanti a sé, ma lo scruta girando solo gli occhi verso di lui, quasi temesse di essere sorpresa.

Papà, hai notato come cammina?

Sì. Un po’ rigido.

Muove le gambe e il corpo come se a ogni passo dovesse piantare i piedi dentro la terra, affondarli in un metro di neve o nella sabbia del deserto: subito dopo compie uno sforzo opposto, per liberarsi dalla stretta invisibile di una terribile forza di gravità.

Sembra che faccia fatica, dice Antonia.

Ha la stessa determinazione di un uomo destinato a compiere una grande impresa, le dico. Mi ricorda la statua di un grande scultore, Giacometti. Una scultura piccola, si chiama L’uomo che cammina. Si trova alla Fondazione Maeght, a Saint-Paul-de-Vence. La figura stilizzata è protesa in avanti, ma i grossi piedi sono ancorati al terreno. L’esatto opposto della leggerezza.

Non sarebbe un buon ballerino di danza classica, dice Antonia, scuotendo la testa.

Eh, no. Penso proprio di no.

Poverino.

Antonia, le dico, non farti prendere da queste malinconie. Chissà se sta male, se è infelice. Sai, a volte mi chiedo se siano da invidiare quelli che hanno a che fare solo con i propri fantasmi. Non devono obbedire alle madri e ai padri, vero? Non hanno a che fare con insegnanti noiosi, nemmeno sopportare parenti invadenti, non aspettano le ferie, nessun problema di vestiario… forse nemmeno sogni o desideri. Solo fantasmi. Una volta che si sono messi d’accordo con loro, sono a posto.

Scusa, mi chiede, ma come fai a sapere se i fantasmi sono buoni o cattivi? Magari quell’uomo ha degli incubi che lo svegliano di notte e lo costringono a fare cose incredibili, come quella di entrare in acqua per pulire delle lattine…

Hai ragione. Ma sai cosa mi succede? Quando sono preso dalle incombenze burocratiche, quando devo fare cose noiose o per obbligo, mi succede di pensare: ah, se avessi una sola, grande passione…

Cosa c’entra la passione?

Se fossi vittima del demone della tela, guarda Renoir! Era catturato dall’estasi per la pittura, secondo lui l’unica cosa per cui valesse la pena di vivere; tutto il resto gli era indifferente, ecco, farei soltanto quello, dipingerei dalla mattina alla sera oppure lo stesso se fossi uno scrittore, come quel giapponese che si sveglia alle tre di notte per scrivere.

Antonia ha due bellissimi occhi scuri, quelli di sua madre, che risaltano sulla pelle chiara. Mi guarda perplessa. Le mie spiegazioni non l’hanno convinta.

Come si fa a diventare così?, mi chiede guardando l’uomo delle lattine.

Non lo so. Ci può essere stato un evento traumatico nella sua vita, oppure improvvisamente si è rotto qualcosa nella sua mente…

Passiamo qualche minuto in silenzio.

Antonia gira la testa verso di me.

Papà, papà, mi sussurra.

L’uomo si è avvicinato e si ferma a due passi da Antonia, che resta immobile. La fissa a lungo.

Sto provando disagio.

Maaaah, chiede distogliendo lo sguardo da Antonia e rivolgendosi a me, da fumare ce n’è?

Mi guarda riparandosi gli occhi dal sole con entrambe le mani, che tiene a mo’ di visiera.

Mi spiace, rispondo, non fumo.

Noto una piccola contrazione delle labbra. Passa qualche secondo. Si avvicina, chinandosi leggermente.

Nemmeno la donna?, chiede sottovoce, come se non volesse farsi sentire da Antonia, alla quale lancia un’occhiata furtiva.

Nemmeno lei, rispondo.

Emette un lungo sospiro, lascia scivolare le braccia che restano ciondoloni lungo i fianchi. Continua a tenere lo sguardo fisso davanti ai piedi di Antonia.

Immagino che i meccanismi della sua testa si siano messi in moto: come se li sentissi girare vorticosamente.

Forse vorrebbe chiedere qualche euro. Magari si vergogna. Vorrei aiutarlo, non so come. Non vorrei offenderlo.

Che sigarette fuma?, gli chiedo.

Eh, eh, le Marlboro. Quelle rosse. Pausa. Si guarda intorno con fare circospetto: sono care, mi dice a bassa voce. Adesso l’atteggiamento è diventato confidenziale. Però, aggiunge come se stesse rivelandomi un terribile segreto, ci vogliono le palanche.

Senta, gli chiedo, con dieci euro, quante se ne può comprare?

Lui mi fissa in silenzio. Una nuova ruga è comparsa sulla fronte, tra le sopracciglia, verticale e profonda.

Nessuna risposta.

Antonia mi fa gli occhi. Ogni volta che mi vuole rimproverare, ma non può farlo a parole, mi sgrida con lo sguardo.

Lui sbatte le palpebre. Gli occhi sono fissi su di me, ma non mi vede. Immagino stia navigando in una nebbia profonda. Poi il viso s’illumina.

La Gina! La Gina lo sa, esclama.

La grande ruga verticale scompare.

Sono apparse due rughe agli angoli della bocca. Sta sorridendo.

La Gina lo sa, approvo. Senta, se dovesse dare dieci euro alla Gina, lei potrebbe comprare qualche Marlboro?

Eh, sì, così ne fumerebbe qualcuna anche lei, dice.

Bene, dico.

Prendo il portafoglio, estraggo un biglietto da dieci e lo passo ad Antonia che si sporge in avanti per darglielo.

Lui fissa il biglietto, si avvicina, lo prende e lo guarda con attenzione, sopra e sotto.

È buono, dice.

Antonia scoppia a ridere. Quando lo fa, i suoi occhi grandi diventano due fessure di luce.

È buonissimo, gli dico.

Lo ripiega quattro volte, fino a farlo diventare un piccolo cubo di carta, compatto e spesso. Lo infila con fatica in una piccola tasca dei jeans.

Allora vado, dice.

Si gira verso Antonia che si sta tenendo i capelli per il vento, le sorride muovendo appena le labbra che si sono distese, la bocca si è allungata come un taglio o una ferita.

C’è vento, dice, scuotendo la testa. Poi passa, aggiunge.

Allora vado, dice.

Si volta ancora verso Antonia. Adesso sta guardando solo lei.

Magari prima canto, dice. Si mette in posizione divaricando le gambe, alza un braccio e solleva il viso.

Ma se ghe penso alôa mi veddo o mâ,
veddo i mæ monti e a ciassa da Nonsiâ

 

Si ferma d’improvviso. Prende fiato e sorride. Ci guarda in tralice.

Ha un bel timbro di voce, un po’ arrochita.

Canta bene, gli dico.

Davvero, dice Antonia, è molto intonato.

Un sorriso di compiacimento gli distende le rughe.

Come ti chiami?, chiede ad Antonia.

Io? Antonia. E lei?

Ernesto. La mia canzone preferita, dice, è questa qua. Una volta la cantavo. Quando navigavo.

Noi due ci scambiamo un’occhiata di stupore e ammirazione.

Non è finita, dice. Si rimette in posizione e continua.

Riveddo o Righi e me s’astrenze o chêu,
veddo a lanterna, a cava, lazû o mêu…

 

Si ferma. La cantavo sempre, dice. Una folata di vento sembra infastidirlo. C’è vento, ma è una giornata buona. C’è vento, ma è una giornata buona, ripete. Allora vado.

Buona giornata, gli dico.

Arrivederci, dice Antonia. Grazie per la canzone.

Antonia, ripete lui approvando e sollevando la mano. Un gesto d’intesa, più che un saluto. Fa pochi passi e si ferma. Si gira.

Antonia, dice, ormai sono andato.

Si dirige verso la sua borsa. La riempie di tutte le lattine, una alla volta. Saranno una dozzina, forse di più. Se la carica senza fatica sulle spalle. Fa pochi passi. Posa la borsa, la apre, cerca qualcosa dentro. Tira fuori un cappellino da giocatore di baseball, se lo piazza sulla testa, richiude la borsa, se la rimette sulle spalle e riprende la sua camminata meccanica.

Lo seguiamo a lungo con lo sguardo, in silenzio. Lo perdiamo tra le barche ormeggiate.

Forse i suoi fantasmi per oggi sono un po’ più contenti, dice Antonia.

Penso di sì. Forse anche quelli della Gina.

Papà.

Sì.

Papà.

Dimmi, stella.

Antonia mi guarda in silenzio.

Mi piaceva quando cantava, dice.

Anche a me.

Però, mentre cantava, mi ha fatto tenerezza. Quasi mi veniva da piangere.

Leave a Reply

Privacy Policy

Web Design