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L’attesa

Un paese vicino a Pavia, un vecchio padre che assomiglia a un capo indiano, la nostalgia di ricordi legati a una moto, un dolore impossibile da accettare.


Prima, appena terminava il lavoro, Beppe potevi trovarlo all’osteria, con gli amici, a bere un bicchiere di vino rosso, quello che fa buon sangue.

Ma da quel giorno aveva smesso di andarci.

È pomeriggio inoltrato, Michele sta ritornando dall’università. Passa quasi tutta l’estate in quel piccolo paese vicino a Pavia, dove lo ospita sua zia. Ci sta volentieri, la notte riesce a dormire bene e qualche volta anche a sognare, la mattina può studiare senza distrazioni e l’università la raggiunge in poco tempo con la sua Ducati.

Adesso sta tornando, ha appena lasciato la statale per imboccare la strada sterrata che lo porta al paese, un accogliente agglomerato di case protetto dalle colline che gli fanno da corona con boschi ricchi di profumi, funghi e frutti selvatici. La strada procede dritta fino alla lieve salita, prima della curva a gomito che la immette nella piazza centrale.

Pochi giorni dopo essere arrivato in paese, Michele si era guadagnato il soprannome di Agostini. Una mattina aveva parcheggiato la moto in piazza e aveva tolto la chiavetta che blocca il manubrio e fa da antifurto. Ma al ri-

torno se n’era scordato. Dopo averla messa in moto e inforcata con la sicurezza di uno degli Hells Angels, era partito, dimenticandosi di rimettere la chiavetta antifurto. La moto aveva cominciato a muoversi con il manubrio boccato, sempre  più inclinata, finché si era piegata del tutto, portandosi nella caduta il suo cavaliere, aggrappato alle manopole.

Da allora, arriva Agostini, dicevano. Erano bastati due giorni perché tutto il paese lo chiamasse così.

Michele lo scorge da lontano: una figura immobile, lassù, appoggiato alla vecchia bicicletta nera. Zia Angelina gliel’ha detto: ogni sera, per tutta la durata del tramonto, Beppe resta in quell’angolo di strada, fermo, le braccia conserte, lo sguardo rivolto alla statale.

È ancora un bell’uomo, Beppe: viso regolare, fronte spaziosa, capelli lisci e pettinati all’indietro, occhi chiari. La figura ricorda quella di un vecchio capo indiano. Lo sguardo sembra assente, come se non vedesse dinnanzi a sé, ma solo molto lontano, verso l’infinito. Si accorge di Michele solo quando è vicino.

Beppe, buona sera.

Oh, ciao. Arrivi da Pavia?

Sì, c’era traffico stasera. È venerdì.

Sono quelli della valle che vanno in città, a mangiare all’aperto e a ballare.

Michele vorrebbe chiedergli come sta, ma la domanda gli sembra di circostanza e si arresta sulle labbra.

Restano in silenzio.

Michele spegne il motore, mette la moto sul cavalletto, ci si siede sopra e resta così, fermo, con il casco in mano.

Sono qui, dice Peppe, questa è l’ora buona.

Michele era amico di Giulio, il figlio di Beppe. Qualche volta, soprattutto il sabato e la domenica, passava a prenderlo con la sua mitica Ducati Scrambler, arancione, 350 cc, e giravano nei paesi vicini passando per le colline.

Questa è una moto eccezionale, lo prendeva in giro Giulio: non è adatta per andare in strada perché ha l’assetto da cross, ma non va bene neppure fuori strada, è troppo pesante, poco maneggevole. Però è divertente, il manubrio così alto, ti sembra di essere un signore quando ti siedi, e il rumore poi, quando il motore si mette a ruggire: tum – tum – tum, un unico pistone, ricorda un tamburo africano.

Quando attraversavano i paesi, Giulio lo chiamavano spesso. Cosa ci fai su quella moto? Vuoi fare il ragazzino, eh? Venite qui, che ci facciamo un goccio.

Anche a Beppe, che aveva superato i sessantacinque anni, piaceva andare con Michele, a fare il cross, diceva. Giravano soprattutto nei boschi, lui conosceva i sentieri, si divertiva come un bambino. Aveva una forza incredibile; quando cadevano, e succedeva spesso, tirava su la moto come un fuscello, alé, andiamo, siamo pronti, diceva entusiasta, come se ogni caduta gli desse nuovo vigore. A volte si fermavano in cima a una collina o in una radura a prendere fiato, e Beppe si guardava intorno: belle, eh, queste colline, noi da ragazzi le giravamo tutte, avevamo i nostri rifugi segreti. Ci arrivavo anche in bicicletta, portavo le ragazze. Ci sono dei prati a mezza costa che sono meglio di un giardino. In stagione ci venivo per funghi, li vendevamo ai ristoranti, guadagnavamo un sacco di soldi, così potevamo andare a mangiare le lumache e a bere il lambrusco.

Beppe, c’è aria di temporale?

Sì, quando le nuvole arrivano dal Penice, arriva anche il tempo cattivo.

Si ricorda della volta che io e Giulio siamo ritornati pieni di zolfo?

Gialli come limoni, risponde Beppe.

La zia ogni tanto mi chiede di raccontarglielo ancora. Un acquazzone tremendo. C’eravamo dovuti fermare alla prima cascina. Ci avevano dato due sacchi vuoti, quelli con lo zolfo per le vigne, li avevamo rigirati per fare due buchi all’altezza della faccia ed eravamo ripartiti. Ma lo zolfo rimasto dentro ai sacchi, anche se poco, aveva iniziato a sciogliersi e a colare fuori, per cui ci scendeva addosso un’acqua giallastra, sulla faccia, gli occhiali, la maglia, i pantaloni e anche le scarpe, tutto si era macchiato di giallo.

Me lo ricordo bene, dice Beppe. Quando siete arrivati aveva smesso di piovere. Mezzo paese era sceso in piazza, a godersi il sereno, c’era quell’odore che ha la campagna e la terra dopo la pioggia, tutti lì a parlare del temporale.

   Eh, da quella volta, dice Michele, siamo diventati i due dello zolfo.

   I dǜ del zòfrech, conferma Beppe.

Il figlio di Beppe, Giulio, è morto da tre settimane per un infarto. Aveva quarantadue anni: il quindici settembre ne avrebbe compiuti quarantatré. Antonia, la moglie, aveva cercato di svegliarlo come ogni mattina. Era tranquillo, sereno, mi sembrava impossibile che fosse morto, ripeteva ogni volta, ogni volta piangendo.

Il sole, scendendo tra i rami della vegetazione sulle colline al di là della

statale, si accinge a predisporre un tramonto morbido e malinconico. Gli ultimi raggi illuminano il viso di Peppe, ne marcano i tratti come una scultura.

I suoi occhi continuano a guardare avanti, guidati dalla speranza che qualcosa di impossibile possa accadere.

Adesso vado a casa, dice Michele, la zia mi starà aspettando. Beppe, buona sera.

Ciao. Io resto ancora qua, dice lui sorridendogli e ritornando a fissare la strada. È questa l’ora che rientrava, prosegue sottovoce. Lo vedevo compariva laggiù, all’incrocio con la statale; appena dopo la curva alzava un braccio per salutarmi. Lo teneva sollevato finché non gli rispondevo. Ma io gli rispondevo subito.

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