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Un coltello di ceramica bianca

Un amore non più corrisposto, una poesia inutile, un’analisi interrotta e un elegante, raffinato coltello giapponese…


   Mezzanotte e venti. Un’ambulanza sta procedendo verso il centro città. A sirene spiegate ma a velocità moderata Le strade sono ancora piene di pozzanghere e gli ultimi pedoni camminano in mezzo per evitare l’acqua che gocciola dalle grondaie.

   Tu lo sai dov’è via Carducci?, chiede l’infermiere seduto di fianco all’autista.

   Certo, è una zona che conosco bene. Sai niente della telefonata?

   Sì, per caso. La centralinista è una mia amica e mi ha detto che era una donna, voce giovane, concitata, presto, presto, ripeteva, sai come succede, ha aggiunto, non sentivo bene, ho capito le parole sangue, coltello, ho dovuto insistere per farmi dare l’indirizzo, ho cercato di calmarla, poi finalmente è riuscita a dirmi anche il numero, trentuno, terzo piano, presto, presto, ripeteva.

   Tra due minuti siamo lì, dice l’autista. Speriamo bene.

   Speriamo bene.

   Un colpo di fulmine. Quando lo vide due mesi prima  uscendo dall’ultima lezione sulla ricerca epistemologica in filosofia, Achille ne fu abbagliato. Elegante, raffinato, possedeva forme e proporzioni perfette, i colori erano quelli dell’innocenza e della passione.

   Un coltello con la lama di ceramica bianca e il manico rosso. Esposto in una vetrina insieme a scimitarre, archi, anfibi, equipaggiamenti mimetici, pugnali e spade giapponesi, il coltello gli lanciava occhiate inequivocabili.

   Guardandolo, si ricordò di una serata tra amici, in cui Giuliana chiese a ognuno di loro in quale modo avrebbe voluto morire. Lui aveva risposto: la fucilazione. In piedi, camicia bianca di puro lino a maniche lunghe, scarpe e pantaloni neri, dopo aver rivolto al plotone di esecuzione – aveva aggiunto – la classica raccomandazione di mirare al cuore. Una scenografia romantica, si sarebbe detto in seguito, con il limite di riservare a se stesso un ruolo passivo. La morte con il coltello invece implicava un atto di volontà, un gesto attivo, a suo modo eroico, lirico ed epico nello stesso tempo: il sacrificio del samurai.

   Continuando a osservarlo, ne percepì il richiamo. Si trattava di un’opera d’arte, un manufatto dal perfetto equilibrio tra leggerezza e forza. Se un giorno avesse deciso di uccidersi o di uccidere, avrebbe potuto farlo in modo egregio con quel coltello. La morte ha bisogno di un’impronta estetica, pensò.

   Dopo aver dialogato a lungo con una luna maliziosa, incerta se esibirsi o nascondersi dietro nuvole di scirocco lunghe e grigie, Achille prende la sua penna migliore per scrivere a Cristina. Sì, una lettera giusta per chiarire, per riannodare l’ordito della loro storia che gli sta sfuggendo più della sabbia bianca di Essaouira, indimenticabile meta della loro ultima vacanza, una lettera per ritrovare tutta la bellezza e l’unicità del loro amore.

   Senza di lei si sente perduto, gli sembra invivibile e insopportabile la mendicità di un amore incerto. Aveva provato ad anestetizzarsi dal desiderio di lei, ma l’operazione si era rivelata impossibile.

   Sì, una lettera.

   Impiega due sere per scriverla e due ore di una notte torrida per rivederla. Una lettera di tre pagine. Con molta delicatezza, la delicatezza che la passione tenuta a freno gli concede, tenta di spiegarle perché lei forse – forse, ripete con timidezza – non lo ha capito. Ammette i propri errori, tenta di scusarsene, a volte succedono cose strane, scrive. È attento a non cantilenare di torti e di ragioni. Tutte tiritere inutili, come quando due persone arroccate su opinioni diverse cominciano a discutere. Nessuno dei due si sposta di un millimetro. Alla fine ciascuno si rinsalda sulle proprie convinzioni, ancora più certo della sua personale verità: nel corso della discussione entrambi hanno ampliato e rinforzato le rispettive argomentazioni.

Ho scritto una lettera per te, le dice al telefono.

So già cosa c’è scritto.

Lo sai già? Cosa vuol dire: lo so già.

Be’, lo immagino.

Quando l’avvilimento lo prende, Achille medita rivincite e vendette, ma se gli appare l’immagine di Cristina, con quei suoi occhi chiari e quelle sue labbra ridenti, ogni volta ne resta incantato: il rancore e i propositi di vendetta si trasformano in commozione e desiderio.

Rilegge la lettera. Mah, continua a parlare di cose ripetute, sembra un disco di vinile strapazzato che canta l’identico, gracchiante ritornello.

Sospira, rassegnato. Così non va. È una lettera inutile, noiosa, scontata. Rivolta al passato.

Basta, grida a se stesso, accartocciandola. La getto via. No, è meglio bruciarla: il fuoco è purificatore.

Ne stampa una copia e la cancella per sempre dal PC: prende quei tre fogli – ultima e unica testimonianza al mondo – per bruciarli. Un atto liberatorio e propiziatorio al tempo stesso. Si è fatto tardi, la giornata è nuvolosa, il caldo è soffocante. Non importa. Prende un flaconcino di alcool, una scatola di fiammiferi e va sul lungomare di Tirrenia. Aspetta la complicità del buio. Trova un posto appartato, dietro una lunga fila di cabine, arroganti e spudorate, come tutte quelle che ti rubano la vista del mare quando cammini lungo la passeggiata. Un obbrobrio made in Italy, un insulto all’estetica del mare, che ogni tanto lava l’offesa, annientandole. Scava una piccola buca nella sabbia, ci mette i fogli ripiegati a metà, ci spruzza sopra l’alcool e accende. Guarda con soddisfazione quel piccolo falò di pochi secondi. La carta sembra urlare nell’accartocciarsi, in quel lento striminzirsi di una sofferenza oscura, restano solo esili scheletri carbonizzati. Un soffio di vento li solleva in un nugolo scomposto di farfalline nere che tentano di volare, innalzando le loro impalpabili ali verso il cielo: forse avrebbero voluto continuare a esistere.

   Si accorge che dal mare arriva l’odore del mare. Respira a pieni polmoni. È un’ebbrezza che porta con sé la rivelazione di una certezza inesorabile: non potrà vivere senza Cristina. È una questione di vita o di morte. Questa improvvisa consapevolezza lo rallegra: dedicherò tutte le mie energie, la mia testa e il mio cuore, alla sua riconquista. Quando il piccolo falò è spento, con il piede fa scivolare dentro la buca un po’ di sabbia, spiana il terreno – bravo Achille, sei stato spietato – e si avvicina alla riva. All’odore del mare si accompagna adesso il rumore della risacca.

   Si siede sulla sabbia tiepida. Missione compiuta. Il fuoco e la sabbia sono stati complici impeccabili. Una dolce armonia lo invade. Sta fluendo con il mare, il suo ritmo è quello delle docili onde, piccole capriole d’acqua che scompaiono nella sabbia. Adesso lo aspetta la vera sfida.

Si distende a terra, fissa il cielo basso e scuro. Cosa posso fare? Di telefonarle, non mi va. Fingere di incontrarla per caso, neppure. Potrei aspettarla davanti alla facoltà, ma si accorgerebbe che non sono lì per caso. Le mando un mazzo di fiori… ah, originale! Meglio un libro di poesie, Spaziani, Merini, Dickinson… e se le scrivessi io una poesia? Ecco, sì, una poesia mia. Le scriverò una poesia. Questo non se l’aspetta di sicuro, la sorprenderà. È una buona idea. Non parlerà di passato, di colpe… la poesia parlerà solo d’amore, guarderà avanti. Verso un futuro nostro.

Sì, è una grande idea. Si sente più vivo che mai, gli viene improvvisamente una gran fame. Si ricorda di una pizzeria sul lungomare dove erano stati insieme. Per tutto il tempo del pranzo – pizza, birra e tiramisù – continua a rimuginare sul suo progetto irrinunciabile.

 

Appena torna a casa comincia a scrivere Poesia per Cristina.

 

   Lo so, sei stanca delle mie manie e delle mie fughe

ma tu sei la mia ebbrezza, un’ebbrezza che non mi lascia,

non posso farmela passare, non mi passerà mai.

   Dobbiamo regalarci la comprensione, perdonarci i rifiuti. Io devo umiliare il mio orgoglio.

Voglio cancellare il dolore che compare sul tuo viso, non voglio più vedere la tua bocca amata contrarsi addolorata.

Voglio riempire tutti gli spazi della mia casa e del mio cuore con le tue fotografie.

Voglio ancora vedere il mare con te, io non posso sopportare l’assenza della tua voce che diventa una canzone.

Voglio accarezzarti tutta, regalami una dose di pazienza e una di sapienza così che i ricordi tornino a essere felici, e solo nostri.

Lasciami vivere con te il sogno della contentezza

di una casa fatta di luce, colori, libri, spazi grandi e tenerezza.

È inutile che io tenti di fuggire, lontano, vedo sempre, ogni sera,

la tua finestra illuminata.

E io non ci sono.

Ti vedo e ti rivedo, t’immagino dietro la tenda, oltre il muro: allora

capisco di non poter fare a meno di te, del tuo sguardo e della tua bocca meravigliosa.

   Io sono e sarò sempre innamorato di te, della tua anima innamorata della bellezza.

                                                   Achille

 

La rilegge la mattina del giorno dopo, timoroso di ciò che possono portare i fantasmi crudeli dell’alba: perfetta. Una notte spesa bene.

   La spedisco, anzi no, vado di persona a metterla nella sua cassetta delle lettere. Così, ne sono certo, arriverà a destinazione. Così non potrà rifiutarla: quando l’avrà in mano, la leggerà di sicuro.

   Però, in questo modo, diventi un ufficiale giudiziario incaricato di consegnare una notifica. Giusto. Meglio spedirla, domani lo farò, la lascerò decantare ancora un giorno.

   Ma il tempo scorre troppo lento. Ho una nuova missione da compiere, si convince: esco e la spedisco.

   La tiene sul palmo della mano. Quanto pesa l’amore? Moltissimo il mio per Cristina. E il suo per me?

   Se è vero che le cose sono piene di dèi, oggi Corso Italia è abitato da un demone capace di portare la speranza.

   È angosciante l’idea del rifiuto ma se la riceve, non può non leggerla, le donne sono curiose e lei è molto curiosa.

   È già sull’angolo di via Gobetti, ma sta rallentando, quasi si ferma. A volte gli succede, quando un pensiero diventa invadente. La prima volta che gli era capitato, Cristina l’aveva preso in giro: dev’essere un granellino di sabbia più grande che si è infilato nella clessidra del suo cervello e sta impedendo agli altri di scorrere veloci. Ma adesso? Qualcosa non va? No, la lettera va bene, è la poesia d’amore più bella che abbia mai scritto. Be’, è anche l’unica, ma non importa.

   È l’atto di spedirla che non va.

   Si trova ormai di fronte dalla cassetta delle lettere. Grande, sporca, rossiccia. Quando se la trova a un passo, si ferma. La sua mano si alza e arriva vicino alla feritoia sotto la quale c’è scritto Per la città, ma resta sospesa in aria, immobile. Com’è brutta questa feritoia: è una fessura ostile, una voragine, una bocca macchiata di sangue rappreso.

   Un’altra Bocca della Verità? Si dice avesse la proprietà di emettere oracoli. Cosa farà Cristina? Mi risponderà? Mi scriverà? Mi telefonerà? Rimarrà in silenzio? Non serve fare previsioni. Tutto è possibile. E se non ottenessi nessuna risposta? Ma questa è un’ipotesi im-pos-si-bi-le.

   È importante quello che potrà fare lei della mia lettera. Certo, ma anche l’averla scritta ha valore, un indubbio valore. Non voglio che assomigli a un’imposizione, è un dono d’amore. Già, perché un dono d’amore deve essere assoluto, superfluo, disinteressato. Beh, disinteressato…

Tanto lo so già cosa c’è scritto.   

   Se lo sa già, cosa le scrivo a fare… Ma no, ma no, Cristina, ascoltami, per favore, leggi la mia lettera d’amore, ti prego, leggila tutta, sono io, Achille, che ti scrivo. Se solo tu potessi vedere con quanta cura tengo questa lettera, e quanto amore contiene.

   No! Non la spedisco. Anche non spedirla è un atto d’amore. Eros, tu lo sai, hai visto l’amore e la dedizione con cui l’ho scritta, mi sei testimone. Sono sicuro, non lo dimenticherai. Eros, ti prego, spendi uno dei tuoi dardi infallibili per me, una freccia con la punta d’oro. Ti prego, non permettere che l’amore si disperda, sarebbe un reato contro la vita. Sprecare l’amore è il delitto più grave che una persona possa commettere.

Si avvia verso casa. Cammina leggero, sembra quasi danzare al ritmo di una musica segreta.

La vetrina di un fioraio gli rimanda l’immagine di un uomo sorridente, anche lui tiene in mano una lettera.

La terrò con me, la custodirò, non la brucerò di certo. Eh no, questa è una poesia unica al mondo.

Senta, dottor Angeli, vorrei leggerle una lettera che ho mandato a Cristina. Ci ho pensato una settimana, ma tenerla nel cassetto mi era diventato insopportabile, la mia lettera condannata per l’eternità nella sua prigione di cellulosa, mi sembrava di sentirla piangere. Alla fine l’ho spedita. Sono già passati dieci giorni e lei non mi ha risposto.

Bene, sentiamo, dice lo psicoanalista. Me la legga.

È una poesia.

Bene.

Questo non si scompone mai, pensa Achille. Se un giorno arrivassi qua e gli dicessi: ho ammazzato Cristina, mi direbbe: ah! E com’è andata?

Gli legge la poesia. Quasi si commuove.

Lo psicoanalista resta in silenzio, si accarezza la fronte e si sistema sulla poltrona.

Canta, ma non incanta, dice.

Canta, ma non incanta?, ripete lui.

Sì. È la lettera di un poeta, di un cantore desideroso di essere ammirato per le sue parole, per la sua oratoria.

Cosa mi sta dicendo questo psaico del cazzo, se non è una poesia d’amore questa…

Scusi, io una lettera, anzi, una poesia d’amore più bella di così, non sono in grado di scriverla.

Le credo, Guerrieri, le credo. Mi chiedo: se lei è così innamorato, perché non ha scritto in tre righe la sua disperazione al pensiero di dover vivere senza questa donna? Cristina, ti amo. Voglio vivere per sempre con te. La sua lettera è una danza, non sembra rivolgersi a lei, non chiede: quale posto posso avere per te? Mi sembra di cogliere una componente narcisistica nei suoi versi.

Lui lo fissa in silenzio. Forse non l’ha intesa nel verso giusto. Anche gli psicoanalisti a volte fanno cilecca.

Una lettera d’amore è di per sé poesia. Questa non sembra nascere dal suo cuore, è una lettera di testa. Racconta molto di Achille Guerrieri, della sua sensibilità, della sua visionarietà, possiede una grazia cavalleresca ed è attenta a ricercare movenze intellettuali, prima che affettive. Lei è un cacciatore e un cantore: ha arco e frecce a disposizione, vede una cerbiatta, e cosa fa? Parla di arco e frecce, e non parla alla cerbiatta.

Achille lo guarda attonito.

Lei mi ha parlato d’incertezza e tentennamenti. Sa quale potrebbe essere il suo scopo in tutta questa storia? Liberarsi del fantasma del dominus. Il suo non mi fai volare, di cui lei l’ha accusata non molto tempo fa, quando non è stato più seguito nelle sue fantasie e nelle sue richieste, è diventato: Cristina, adesso puoi farmi volare. Anzi, lei usa più volte il verbo voglio, seppure mascherandolo da affetto.

Guardi, io con il voglio ho cercato di esprimere il mio desiderio di stare ancora con lei.

Sì, ma in questo momento della vostra storia, il problema non è raggiungere o non raggiungere la preda. Noi l’abbiamo imparato, una donna non è una preda, una donna va compresa, e da lei bisogna lasciarsi comprendere. Dovete diventare compagni di viaggio, alleati nelle vostre personali guerre di liberazione, e verificare assieme in quale modo si può trasformare il vostro rapporto.

Incredibile!, pensa lui. Sono arrivato qui con la mia poesia, quasi di buon umore e invece, con la psicoanalisi non si scherza. Avrei dovuto saperlo. E ancora non ha finito!

La sua lettera è strategia, continua lui. Lei canta una romanza, in stile amor cortese. Difficilmente Cristina si lascerà incantare. Scusi, lei scrive: una dose di pazienza e una dose di sapienza? A chi ama veramente, non gliene importa niente della pazienza né della sapienza. Lei dovrebbe abbandonare la tentazione illusoria del possesso.

È incredibile! Lui mi sta spiegando il significato di quello che io ho scritto. E continua a spiegare, roba da matti.

Chi è l’autore della lettera? Un nuovo Guerrieri, o ancora un dominus che ha perso il suo potere?

Achille non trova risposte dicibili. Si limita a un vago cenno di assenso.

La seduta è terminata. A volte, in analisi, il tempo scorre più veloce del pensiero.

Il dottor Angeli lo accompagna per tutto il corridoio, fino alla porta.

Arrivederci. Grazie.

A giovedì prossimo. Arrivederci, Guerrieri.

Ha l’impressione di barcollare quando scende gli otto gradini tra lo studio e la strada. Entra nel primo bar che incontra, si siede e sul retro di una ricevuta fiscale abbandonata sul tavolino, scrive in stampatello: psico delirante, non ti voglio più vedere. Io voglio la felicità. Vaffanculo.

 Eppure sono sicuro, l’ultima volta in cui ci siamo parlati Cristina non era del tutto convinta che tra noi fosse davvero finita. Sarà stata stanca dei miei cambiamenti d’umore e di qualche promessa non mantenuta, d’accordo, ma nei suoi occhi c’era ancora amore per me. Forse è arrivato il momento di fare un passo avanti verso la sua riconquista. Potrei dedicarmi ad approfondire il deep learning, grazie al quale marketing e tecnologia si saldano per interpretare i comportamenti umani. Con le nuove informazioni che potrò ottenere su di lei, non ci saranno più ostacoli al nostro amore. E poi, dopo l’ultima seduta, ho perso fiducia nell’analisi. La mia resta una poesia d’amore, un po’ mentale forse ma sincera, e Cristina lo sentirà. Domani chiamerò lo psico: non sarà facile, lo so già, ma domani lo farò e glielo dirò pari pari. Lui non farà obiezioni, ne sono sicuro.

Ha dovuto dormirci sopra qualche notte, ma ora è convinto. Compone il numero, ma chiude subito. Achille, chiamalo. No. Invece sì. Ora basta. Chiamalo.

Dottor Angeli, buongiorno. Sono Guerrieri.

Oh, Guerrieri, buongiorno. Mi dica.

Senta, ho pensato… ecco, mi sembra di aver bisogno di un po’ di tempo per riflettere. Forse è meglio sospendere l’analisi, almeno per un po’.

Passa qualche secondo.

Non crede sarebbe opportuno parlarne assieme?

Grazie, preferirei sospendere.

Guerrieri, se ritiene questa la soluzione migliore, da parte mia non c’è problema. Ci rifletta bene e faccia la scelta che sente più opportuna.

Certo.

Nel caso in cui decidesse di riprendere, lei lo sa, io sono disponibile. Le faccio molti auguri.

Grazie. Arrivederci.

Guerrieri, arrivederci.

Non mi ero sbagliato. Sapevo già la sua risposta. A volte in questo mondo la gente sa ciò che succederà. Dev’essere così, perché Cristina sapeva quello che io le avrei scritto, io sapevo quello che mi avrebbe detto lo psico e lui, per la proprietà transitiva – ah, ah, buona questa! – di sicuro sa quello che pensa lei. Avrei dovuto chiederglielo.

Finalmente! Basta con questi appuntamenti settimanali. Basta. A mio fratello non dirò niente: anche lui, come molti medici, vede la patologia in ogni persona, c’è qualcosa di simile alla cultura spartana nel suo modo di ragionare, ama solo le persone tutte a posto. Fossi vissuto allora, mi avrebbe gettato giù dalla rupe, per fortuna ormai i rimedi sono diversi, è stato lui a procurarmi uno psicoanalista di chiara fama.

   Intanto, caro psaico, addio!

Si lascia cadere sul letto. A volte le parole stancano più delle azioni, ti rubano le energie. Prende una foto dal comodino, lui e Cristina abbracciati e sorridenti, il Cervino sullo sfondo. Deve fare qualcosa per lei, una magia in grado di farle esplodere la nostalgia dei loro momenti più belli. Ricorda la volta in cui aspettavano di entrare al cinema: questo è il mio ragazzo, aveva detto lei, presentandolo a una compagna di facoltà. Si era sentito addosso tutta la responsabilità di quell’affermazione sublime. Aveva cominciato a preoccuparsi per lei, a proteggerla, ad accompagnarla ogni sera a casa… ma con quale risultato? Lei non aveva gradito. Senti, a volte ho piacere di stare sola, gli aveva detto, o con le mie amiche. Eppure per lui era iniziata una nuova vita insieme, un nuovo viaggio sempre in coppia…  Adesso sta immaginando di farne uno bellissimo, una specie di viaggio di nozze, sta raccontando il viaggio a tutti i suoi conoscenti, si trova davanti a un grande pubblico ammirato al quale descrive ogni dettaglio del matrimonio. Vuoi tu, Achille Guerrieri, prendere come legittima sposa la qui presente Cristina Bianchini. Certo che lo voglio, non sono mica scemo!

Si risveglia eccitato. Gli è venuta una grande idea. Ha impiegato a farlo poco più di mezz’ora. Fantastico! Il CD con la loro canzone preferita: la paura che ho di perderti. Ne rimarrà sorpresa, e contenta. Vuole portarglielo subito, il più presto possibile.

A lei piacciono le cose divertenti, si ricorda di quando l’aveva portata sulla giostra a catena, la cosiddetta calcinculo, e la spingeva forte per farle prendere il fiocco e vincere un giro gratis, lei rideva, rideva, com’era bella quando rideva!

Un’altra idea in arrivo. Si vedono spesso nelle cortecce degli alberi due cuori con una freccia. Achille e Cristina, per sempre: sarebbe bellissimo. Vorrei che il mio nome rimanesse inciso per sempre nel suo cuore.

Il coltello di ceramica bianca con il manico rosso: ecco a cosa mi serve!

Il coltello è lì, continua a chiamarlo dalla vetrina. Entra nel negozio. Un Santoku, raffinato, un’eleganza sensuale, un capolavoro. Lo soppesa, se lo passa da una mano all’altra, fantastico, leggero, un’impugnatura perfetta.

Stia attento, la lama è un rasoio, gli dice con un’aria di complicità ambigua il commesso, al quale chiede: devo parlargli in giapponese?

   Torna a casa veloce, ha voglia di provarlo. Prende in mano dei pezzi di carta: basta sfiorarli, e loro diventano smaniosi di farsi tagliare da un coltello così. Si diverte a maneggiarlo davanti allo specchio, si sente un gaucho argentino o uno zingaro slavo, si compiace della disinvoltura con cui lo fa volteggiare nell’aria. Prende un lungo cucchiaio di legno, lo sfiora con la lama ed ecco che si sfalda in riccioli di burro.

   Nel pomeriggio un vento afoso sta trascinando grandi nuvole da sud, l’umidità è soffocante, ma la serata è propizia. Ogni giovedì Cristina va al corso di Yoga e arriva a casa prima delle undici. È la serata giusta. Si veste nel modo che lei preferisce: cintura e pantaloni neri, camicia e scarpe bianche. Un po’ di gel sui capelli: un tocco di eleganza può sempre servire.

   Ore ventitré e quindici. Appena esce di casa, d’improvviso comincia a scendere una pioggia calda di deserto, è la pioggia-fantasma, quelle che lasciano una patina di polvere beige sulle automobili e le rendono simili a spettri abbandonati.

Cazzo, piove! Avrei dovuto immaginarlo. Ecco il suo portone. Dovrò aspettare qualcuno per entrare.

Passano pochi minuti e arriva una signora.

Di sicuro si chiama Provvidenza. Scusi, lasci aperto per favore, le dice.

Oh, buonasera, gli risponde, entri pure.

Grazie, molto gentile.

Che serata! Si è bagnato tutto. Sale?, gli chiede.

Non subito, signora, devo fare una telefonata, mi fermo qua, in ascensore il telefono non prende.

Allora, buonanotte.

Grazie. Buonanotte a lei, signora.

Finge di comporre un numero di telefono e di restare in attesa. Appena l’ascensore si muove, impugna il coltello e comincia a incidere il legno del portone, poco più in alto della serratura, in una posizione impossibile da non vedere per chi lo apre dall’interno. Ma il legno è molto duro, viene via a schegge, l’operazione è più difficile del previsto e la C risulta deformata.

Il temporale gli ha lasciato incollata addosso, assieme alla pioggia, un’agitazione fastidiosa.

Non importa, si dice con rabbia, non posso smettere. No. L’amore lo puoi incontrare dappertutto, sui banchi dell’università, nel negozio del fruttivendolo o nei desideri di una discoteca, ma un amore così, non potrei mai più ritrovarlo. In nessun angolo del mondo. Adesso tocca alla i.

Improvvisamente sente la voce di Cristina… sta dicendo: Ciao? Buonanotte? Grazie? Non riesce a sentire bene.

Figurati, risponde la voce di un uomo, per me è stata una passeggiata. Buonanotte, alla prossima.

Il suo cuore per un tempo indefinito subisce un arresto, gli manca il respiro. Di chi era quella voce? Lei con un altro? Ma no, forse non è stato un saluto affettuoso. E adesso?

Si avvia rapidamente verso l’ascensore: se dovesse vedermi proprio qui davanti, pensa, si spaventerebbe.

Sente aprire la serratura. Lei entra, si gira per richiudere il portone, poi si volta.

Achille!, esclama sorpresa. Cosa ci fai qui? Così malconcio!

D’improvviso si accorge dei capelli bagnati che gli scendono sulla fronte, della camicia appiccicata alla pelle, dei pantaloni e dei mocassini zuppi.

Sono venuto a portarti un CD.

Un CD? A quest’ora?

Beh, sì. Scusa, è tardi?

    Sono le undici passate. Ti sembra l’ora? E con un tempo così, dice lei incerta.

Mah… sembrava una bellissima serata, non avevo sonno. Guarda, l’ho appena fatto, il tuo CD, ribatte.

Che cos’è?

La paura che ho di perderti. Ci sono almeno due frasi fatte apposta per noi. La prima dice: Cancella dentro me l’incertezza e la paura che ho di perderti, e poi l’altra: Non ti sorprendo più con le mie follie, con le mie teorie.

La conosciamo bene. E poi?

Solo quella. C’è stata dodici volte.

Dodici volte?

Sì, così non dovrai rimetterlo ogni volta, le risponde sorridente, mentre le porge il disco.

Achille, ti ringrazio, dice lei prendendo la busta e indugiando con lo sguardo sulla grande scritta blu, ormai slavata, PER CRISTINA. Ma adesso vorrei andarmene a letto.

Magari possiamo anche sentire assieme la nostra canzone.

Un’altra volta.

Fammi salire, per favore, vorrei parlarti, le dice sforzandosi di essere convincente e continuando a tenere stretto il coltello che rapidamente si era infilato in tasca, con la punta rivolta verso il basso, non appena aveva sentito le voci. Per favore, ripete.

Va bene. Così ti asciughi, sei fradicio.

Oh, grazie.

Mentre salgono i tre gradini per arrivare all’ascensore, lui è costretto a far ruotare una gamba in modo innaturale, per impedire alla lama di scivolare sulla pelle e graffiarlo.

Ho sentito la voce di un uomo, prima, le dice in ascensore.

Sì, è un mio compagno di yoga.

Ah. Un compagno di yoga. Lo conosco?

No, non credo, è arrivato da poco.

Uno nuovo.

Sì.

Entrano nell’appartamento di Cristina.

Sei sola? Non ci sono le tue compagne?

No, sono andate a una festa di laurea. Aspetta, ti porto un asciugamano.

Si sta sempre più convincendo: questa donna è, come direbbe un inglese, la sua tazza di tè. Così bella, gentile, lo sguardo dolce, la bocca sempre atteggiata al sorriso, un viso incantevole. È contento, non riesce a stare seduto, si alza, si avvicina alla piccola specchiera del soggiorno e si guarda: maledetta pioggia, mi ha ridotto peggio di un barbone. D’improvviso sente il coltello premere sulla coscia, il Santoku ha la proprietà di farsi sentire. Lo tira fuori, lo accarezza, lo tiene saldamente e simula mosse di affondo. Mosse rapide ed eleganti. Ogni volta che si trova davanti a uno specchio, è una sorpresa. I denti gli stringono il labbro inferiore, lo sguardo si è fatto giapponese: con il nemico, nessuna pietà!

Achille!, grida Cristina appena rientra nella stanza tenendo un asciugamano, cosa fai con quel coltello?

Niente, l’ho appena comprato per fare una cosa.

Quale cosa? Mettilo via!

Volevo farti una sorpresa.

Che sorpresa?

Un sorriso furbesco gli invade il viso. Voglio incidere un cuore con i nostri nomi, insieme, per sempre, le risponde.

Che cosa stai dicendo?

Sì, con questo coltello bellissimo, per questo ce l’ho con me. Guarda, lama bianca e manico rosso, le dice avvicinandosi.

Achille, stai fermo!

Scusa, stai tranquilla, voglio solo farti vedere il coltello, dice stupito mentre lo solleva in alto davanti a lei.

Va bene, l’ho visto,  adesso asciugati, vorrei andarmene a dormire.

Con una lama così, ci riuscirò. Li stavo incidendo, dice lui. Poi ti ho sentito entrare e mi sono fermato. Il coltello è adatto, ma il legno è durissimo. Bello, eh?

Oh, sì, è bellissimo, risponde lei in fretta.

Un silenzio innaturale ha invaso la stanza. Lei tiene stretto a sé l’asciugamano e continua a fissare Achille che a sua volta la fissa con un braccio proteso verso di lei.

Tieni. Adesso asciugati, è tardi.

Ma non abbiamo parlato. Cristina, io voglio tornare con te. Eravamo così felici! Non ricordi?

Sì, mi ricordo. Senti, ne parliamo con calma un’altra volta.

Va bene, ci possiamo vedere domani a pranzo?

Sì, ci vediamo al Gel.

All’una, d’accordo? Staremo ancora assieme?

Penso di sì, risponde lei senza guardarlo. Però adesso asciugati, e vai.

Lui si avvicina per abbracciarla, lei tiene le braccia rigide davanti al petto e osserva con attenzione ogni suo gesto, immobile. Ad Achille scivola l’asciugamano; si china per raccoglierlo, poi glielo porge. Nel momento in cui lei si riavvicina per riprenderlo, lui s’inginocchia ai suoi piedi, posa il coltello a terra e le abbraccia le gambe.

Cristina, le dice con voce flebile, io non posso vivere senza di te.

Lei abbraccia l’asciugamano e continua a fissare Achille che ha rivolto il viso e proteso un braccio verso di lei. La lama del coltello riflette la luce del lampadario appeso al centro del soffitto.

Lui si alza, cerca di baciarla ma lei abbassa il viso: le bacia la fronte. La stringe con forza.

La modesta luce della stanza proietta sul pavimento una grande ombra informe che ondeggia, si deforma e sembra volersi dividere, adesso sono due ombre distinte che si allontanano, poi si avvicinano e si fondono fino a formare un’unica ombra mobile… Achille stringe Cristina più forte a sé… il suo desiderio sta aumentando… lei con uno scatto gira la testa e fissa il coltello a terra… sente una voce sconosciuta che le sussurra qualcosa… poi due labbra di marmo le stanno baciando il collo… ancora un’unica ombra mobile che oscilla… adesso una mano le preme la schiena impedendole di muoversi… un dito le sta aprendo le labbra e cerca di entrarle lentamente in bocca… ci riesce e compie un lieve movimento rotatorio… una voce sconosciuta le sussurra qualcosa… il tono è gutturale… la tua bocca generosa… la tua lingua meravigliosa… il dito le ruota più profondamente nella bocca… ora una mano le ha afferrato un braccio e lo accompagna con un movimento deciso verso il basso… la grande ombra sta ondeggiando… adesso lei percepisce il movimento impaziente e sbrigativo di una mano… voglio le tue labbra, voglio la tua bocca… ripete una voce lubrica dentro il suo orecchio… tutta la persona di Cristina è imprigionata… sta perdendo l’equilibrio… adesso è costretta a inginocchiarsi… la voce è scivolosa e insopportabile… la pressione sulla sua testa aumenta… cerca di liberarsi… appoggia una mano a terra e sente il contatto di un oggetto freddo…  è il coltello…lo impugna mentre le sue labbra sono costrette ad avvicinarsi ancora… lo impugna con forza e lo spinge verso l’alto alla cieca… il coltello è penetrato in qualcosa di morbido… sente un grido straziante… ahhhh mi hai colpito, grida Achille, mi hai colpito… poi si allontana e appoggia sulla coscia ferita entrambe le mani che arrossano di sangue… aiuto, grida ancora… ma perché, perché… io ti amo Cristina, io ti amo…

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