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Incontro a Los Angeles

Dopo il litigio con Marc, Bruna ha deciso di partire lo stesso, da sola, per quello che avrebbe dovuto essere il loro viaggio americano. Noi la troviamo a Los Angeles: è proprio nella città degli angeli che avviene l’incontro.


Sono le sette e trenta, ora locale, manca più di un’ora alla partenza del tuo pullman color argento, come tutti quelli della Greyhound line. Ti sei svegliata presto, hai già fatto colazione, è un periodo che dormi poco. Speri che questo viaggio ti porti serenità e ti allontani dalle preoccupazioni per l’ulcera di tua madre e dall’obbligo di tenere tutto sotto controllo, come se l’andamento di ogni evento dipendesse solo dalla tua capacità di abbassare o meno la guardia. La stanchezza è traditrice, lascia aperte le porte alla paura, ai timori più assurdi, ti sembra addirittura che le spalanchi: e se perdo il passaporto? E se non trovo più il pullman? A volte le tue innocenti paranoie prendono un’altra direzione, quella della perfezione: starà bene la camicetta beige con i pantaloni color panna? E il foulard bianco a pallini neri si sposa bene con lo zainetto nero?

E poi c’è Marc. Riusciremo a fare il coast to coast insieme quest’estate?, ti aveva chiesto. Certo che ci riusciremo, avevi risposto. Ma quando è piombato su di voi, proprio il giorno del suo compleanno, uno di quei litigi inaspettati e puntigliosi, tu te ne sei andata via, non riuscivi più a sopportare la sua voce. Comme tu veux, comme tu veux, sono state le sue ultime parole, quando gli hai detto uscendo che saresti andata in America da sola.

Marc è francese, di Nizza: quando siete in armonia, il francese ti sembra la lingua più romantica del mondo, con l’accento che scivola alla fine delle parole, così conclusivo e naturale, con la erre che addolcisce e arrotonda i suoni; ma se lui è di cattivo umore o, peggio, se litigate, il francese diventa insopportabile. Rivela tutta la sua supponenza – le parole tronche sono tassative e la erre assomiglia a una mola che arrota senza pietà – , come se ogni frase dovesse essere detta in modo sbrigativo e tutto fosse ovvio e scontato. È una lingua che, secondo le circostanze, sa essere dolce e musicale, oppure arrogante e presuntuosa. Come Marc.

Prima tappa del tuo viaggio è Los Angeles, la città degli angeli. Oggi è previsto il sightseeing tour, la cena in un locale tipico – sono sempre tipiche le cene proposte nei viaggi turistici –, domani lo shopping nella zona più in della città, Rodeo Drive e dintorni, dopodomani partenza per la costa della California, fino all’arrivo a San Francisco.

Ieri sera a cena hai conosciuto alcuni dei tuoi compagni di viaggio, tutti italiani: speriamo bene, è sempre un punto interrogativo il tipo di gente che trovi. A volte non ti riesce di socializzare con facilità. La vostra guida, Michael, ti sembra brava e preparata, per fortuna, ed è anche un discreto ragazzo: oltre all’inglese, parla bene l’italiano e il francese. Se stessi meglio, un viaggio così potrei organizzarmelo da sola, pensi, ma questa volta no, il gruppo non ti richiede l’impegno di pensare, programmare, prenotare e poi ti dà sicurezza: sai per esperienza che dopo i primi giorni riuscirai a trovare qualcuno con cui conversare, spesso c’è una coppia che prova ad adottarti.

La colazione a base di caffè americano, french toast e muffin, ti ha dato energia, ti è venuta voglia di camminare, magari riesci anche a liberarti dalla malinconia e a ritrovare qualche sprazzo di leggerezza. L’ingresso dell’hotel dà su una grande piazza di cui intravedi in lontananza i contorni, il sole ne sta illuminando solo la metà. Stai camminando piano, adesso ti trovi nei pressi del vostro pullman parcheggiato poco più avanti. Il tuo zainetto è pieno zeppo di cose utili e inutili. Medicine? A gogò: dagli antinfiammatori agli ansiolitici.

Ti sta piacendo l’idea di camminare al sole, c’è un’aria buona, fresca, tonificante. Respirare a pieni polmoni ti fa sempre bene, anche se farlo davanti al mare, e non da sola,  è un’altra cosa.

Una settimana fa Marc ti ha telefonato per salutarti. Ci ho riflettuto ancora, ti ha detto, preferisco rinunciare al viaggio. Tu vai pure, parleremo di noi dopo l’estate, e poi ha aggiunto: Bruna, stai idealizzando la tua vita, e il mondo intero. Appena qualcosa non va nel verso giusto, ci vedi subito la catastrofe. Troppe poesie, le cose sono perfette solo nei versi dei tuoi poeti romantici. Qui aime les strophes, aime les catastrophes, ha aggiunto, questa volta senza supponenza. Vi siete salutati così, da lontano, lui stava andando a Nizza dai suoi: ritornerà in Italia con la ripresa delle lezioni all’università.

Adesso speri che qualche preoccupazione possa scivolare via sull’asfalto grigio e perdersi tra le righe bianche del grande parcheggio. In lontananza, in un angolo della piazza e sotto una costruzione di cemento e vetro, forse era una pensilina di attesa per viaggiatori, ti pare di intravedere alcuni barboni. Qualcuno è steso a terra, altri in piedi o seduti; tutti sono avvolti dentro coperte, abiti vecchi, sciarpe. Vedi anche, posati per terra accanto a loro, i soliti sacchetti di carta dove, per un’assurda legge ipocrita, devono essere tenute nascoste le bottiglie di alcolici. Qua e là, carrelli di supermercato.

I barboni hanno sempre esercitato su di te una strana attrazione, provi una mistura di sentimenti contraddittori, ambivalenti: per un verso vorresti avvicinarti, conoscere le loro storie, ascoltarli, magari consolarli. Ma sai che questo è solo frutto delle tue illusioni, cosa vuoi che servano le parole, quando non hai niente da mangiare. Per un altro verso invece, da brava egoista, vorresti che scomparissero dalla tua vista per non suscitare in te vaghi, confusi e insensati sensi di colpa, e subito dopo ti piacerebbe essere onnipotente e riavvolgere le bobine delle loro vite per farli ritornare a essere felici come lo sono stati nei giorni migliori della loro esistenza.

Visti così, da lontano, questi di Los Angeles sono simili a quelli che in Italia chiedono l’elemosina ai semafori, gli stessi che ogni giorno incontri lungo la statale che da casa tua arriva alla metropolitana di Loreto. Forse i barboni si assomigliano ovunque.

Spesso sono i loro sguardi a parlare: a volte indagano e cercano di fare breccia dentro di te, commuoverti, leggerti l’anima, a volte resistono per un attimo e subito si ritraggono, come se volessero nascondersi a loro stessi e al mondo. A volte quegli occhi opachi o allucinati ti fanno mancare il respiro, occhi che ti fissano da un fondo oscuro dove regna la disperazione.

Che cosa farei se dovessi perdere il lavoro, gli affetti, la mia famiglia… diventerei una barbona anch’io? Ritrovarsi sulla strada, senza più nulla cui aggrapparsi se non, forse, inutili ricordi. A volte si leggono storie incredibili, persone che per circostanze imprevedibili, perdono tutto. Eppure sono cose che accadono: ha ragione Marc, sono queste le catastrofi vere, non le mie nevrosi.

Persa nei tuoi pensieri inconcludenti, ti accorgi d’improvviso che un barbone si sta avvicinando: sei sopraffatta dal codice rosso, come l’ha chiamato la vostra guida turistica: dovete essere pronti ad attivarlo in ogni circostanza, ha detto a tutti la prima sera. Nelle grandi metropoli americane i livelli di delinquenza sono altissimi. Si era fermato, ci aveva guardato per assicurarsi che avessimo fatto nostre le sue raccomandazioni. Questo hotel, per esempio, è molto bello ma è lontano dal centro, siamo alla periferia, e le periferie sono quasi sempre pericolose.

Codice rosso: un barbone si sta avvicinando, ha una camminata lenta e ondeggiante da marinaio, ma la sua traiettoria è inesorabile, sta venendo diritto verso di te. Ormai è a una decina di passi. Vorresti essere lontana, scomparire: ma fuggire senza un motivo che giustifichi la fuga, ti sembra brutto, incivile, ti rendi conto che è un pensiero strano, ma è così. Ti sembrerebbe offensivo nei suoi confronti.

Ti fermi, guardinga. Resti immobile mentre un raggio di sole dispettoso si è infilato di lato tra i tuoi occhiali, infastidendoti. Non sai cosa fare. Alzi una mano per ripararti.

Lui avanza: barba lunga, pantaloni militari verde oliva, magari è stato un buon soldato, magari ha combattuto in Vietnam, in Cambogia, cammina così per una ferita, chissà, un maglione grigio fuori misura che col tempo si è allungato rispetto a un corpo che dev’essersi rinsecchito, una blusa di quelle mimetiche, a macchie grigio-verdi, scarponi militari, neri. Uno cappellino da baseball portato con la visiera all’indietro. Lo stai guardando con attenzione ma non sai dargli un’età, forse tra i cinquanta e i sessanta, lui a sua volta ti guarda dritto negli occhi, fisso, come se cercasse di agganciarti con lo sguardo.

Adesso è a due passi da te. Un odore acre, forse un misto di urina e di sudore, ti assale quando si avvicina.

Codice rosso, codice rosso, ti ripeti.

Si ferma, accenna a un sorriso. Ti sembra di percepire una minaccia nel gesto del braccio rivolto verso di te, ma il tono della voce è rassicurante – good morning, madam –, sa di malinconia, di rassegnazione.

Apre la mano – please, madam –, un gesto composto e ritroso, se possono chiamarsi ritrosi un braccio e una mano protesi in avanti.

Non devi aprire lo zainetto, non devi aprirlo per nessuna ragione, per fortuna hai delle monete in tasca, adesso ne prendi qualcuna, fai fatica a tirarle fuori dai jeans, ecco qua due monete da un dollaro, le guardi con attenzione, non sai perché, e gliele dai.

Lui, continuando a fissarti, fa un piccolo inchino, prende i dollari e comincia a cantare. Ti sorprende. Sta tenendo la tua mano, piano, con dolcezza, la tiene appoggiata sulla sua; tu, con un piccolo gesto, neppure uno strattone, non ce ne sarebbe bisogno, potresti tirarla via ma lui continua a cantare, sottovoce. La tua mano resta immobile, ammaliata.

Ha una voce profonda, somiglia a quella di Tom Waits, una voce affascinante, intonata, ma come corrosa dagli anni.

Sta cantando una ballata molto nota, non ricordi il nome, ma ecco che le parole ti arrivano in aiuto, Five hundred miles, non credi di sbagliarti, è proprio quella. Intanto la tua mano è rimasta lì, sopra la sua, non pensa più di fuggire.

È un motivo pieno di tristezza, una canzone che parla di lontananza e amore, in questo periodo vorresti anche tu sconfiggere la lontananza e trovare un amore.

La tua mano resta sulla sua, lui appoggia lievemente il pollice sul dorso.

Il codice rosso è sempre vigile, ma la melodia della canzone sembra aver disinnescato il dispositivo d’allarme, come se ti avesse sedotta. La parte di te che avrebbe voluto allontanarsi, è ormai sopraffatta dall’altra che dice no – anche oggi, ma solo per poco, sei finita dentro la tua solita ambivalenza – e vuole continuare a rimanere lì, a sentire questa esibizione imprevista, ascoltare questo cantante sdentato. Una bocca con pochi denti, e quei pochi sopravvissuti che riesci a intravedere, sono grigi, neri, consumati come la voce.

Una bocca da cui continua a uscire una melodia intonata, una voce che anela a farsi sentire, non vuole essere sola, come se avesse bisogno di qualcuno che l’ascolti. Questo qualcuno, oggi, sei tu.

Una persona in lotta contro la povertà fin dalla nascita, oppure costretta da una improvvisa e crudele giravolta del destino.

La voce è quella di un uomo che ha sofferto la fame, il sonno, il freddo, la paura, che ha dormito per terra su cartoni ripiegati più volte come materassi e sotto altri sistemati come coperte, che ha attraversato strade sconosciute senza ritorno, che si è perso per chissà quale motivo in qualche rivolo oscuro dell’esistenza, una voce che malgrado tutto non è morta e ama la musica, forse la musica è stata importante nella sua vita. Una voce che ti sta commuovendo, che canta una canzone solo per te: ora tu sei il suo teatro all’aperto, la sua platea e la sua occasione.

Quando lui finisce di cantare, la tua mano si sente improvvisamente orfana: allora, dotata di una propria autonomia, va ad aprire lo zainetto che ti sei lasciata scivolare lungo la spalla, senza incertezza apre il portafoglio e prende un biglietto da cinque dollari che gli porge.

Tutto avviene in modo imprevedibile, non c’è una tua volontà, forse è solo istinto, o riconoscenza per quei brevi attimi che ti hanno trasportato lontano. Ma nel momento stesso in cui gli dai i soldi, temi di aver commesso un gesto volgare. No, Bruna, ti dici, non è stato un bel gesto, è come se avessi voluto pagarlo per la sua prestazione, non ce n’era bisogno. Lui ti guarda sorpreso, indugia per un attimo, come se una forma di reticenza lo stesse trattenendo, poi, con lentezza e senza distogliere lo sguardo, prende il biglietto: intorno ai suoi occhi si formano piccole rughe che sorridono, compare anche un impercettibile movimento delle labbra, Thank you so much, dice, adesso ti sta proprio sorridendo con la sua bocca piena di buchi neri, poi mormora sottovoce parole che lì per lì non capisci, Take care, forse, sì, ti dice così, Take care, dear. Adesso si porta una mano al cuore, la stessa mano che ha tenuto la tua per tutta la durata del concerto, e approva chinando la testa in avanti, sussurra ancora Take care of you, come se tu fossi la persona che ha bisogno di cure, sei tu che devi prenderti cura di te.

Il suo sguardo ti abbandona, tu resti ferma, lo osservi mentre le tue labbra lo ringraziano in un mormorio sommesso: Anche tu, abbi cura di te.

Lui si gira, solleva un braccio e muove le dita su una tastiera immaginaria: riprende la sua camminata da marinaio, lenta e ondeggiante.

 

*

Concorso letterario nazionale “Città di Livorno” poesia e racconto breve – edizione 2017

Per la sezione racconto breve, medaglia d’oro, attestato e motivazioni della giuria a:

1° classificato Incontro a Los Angeles di Oggero Lorenzo di Pisa 

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