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L’ora di Monet

Le diverse tonalità di colori che si susseguono nel corso dei tramonti sulla loro terrazza di Chiavari ricordano ad Aurelio e Francesca la serie dei famosi dipinti della Cattedrale di Rouen di Claude Monet. Ma ai tramonti proposti dall’artista sembrano fare risonanza le “variazioni” della memoria di Francesca, causate da un incipiente Alzheimer.


Le note di Variazioni Goldberg di Bach si diffondono sulla terrazza, i gabbiani volteggiano sfiorando tetti e ringhiere, il sole indugia sui capelli di lei.

Occhi azzurri, capelli biondi, una bocca predisposta al sorriso, da dove arriva questa, si era chiesto Aurelio in ammirazione, quando l’aveva incontrata nel corridoio del liceo. Dopo che il preside l’aveva presentata a tutti i colleghi – Francesca Debenedetti, la nuova supplente di Storia dell’Arte –, che bel nome!, aveva commentato tra sé. Da quella stessa mattina aveva iniziato un corteggiamento quasi invisibile, fatto di silenzi e di sorrisi. Lei se lo ritrovava vicino negli intervalli, all’uscita da scuola, durante i consigli di classe, e ogni volta la sua presenza sembrava casuale. Non la interrogava con domande dirette sulla sua persona o sul suo tempo libero, ma solo riguardo a qualche artista o a qualche mostra. Si era accorta di desiderare le sue domande, le stava piacendo quel gioco seduttivo così mite e allusivo. Tanto che una volta le era venuto spontaneo chiedergli se fosse interessato alla mostra  dell’Espressionismo tedesco, a Palazzo Ducale, e così erano andati a Genova a vederla. Lei ricorda spesso e con commozione, quando, verso la fine del pranzo, lui le aveva detto: questo chacchetrà, potresti berlo da un’anfora, come una dea greca. La sera stessa, prima dei saluti, era stata lei a prendere l’iniziativa di avvicinare le labbra alle sue.

L’innamoramento aveva sconvolto come un ciclone buono la vita di Aurelio: di carattere schivo, con lei fin dalle prime volte si era aperto come un libro (l’amore vero è un transfert, si era detto). Sentiva di potersi affidare alle sue mani delicate, nessuna reticenza, nessuna bugia (lei se ne accorgeva subito!). Un giorno lo aveva sorpreso con una frase di Hillman: le persone sono libri.

Sono seduti sulla terrazza della mansarda di Chiavari, all’ultimo piano di un elegante palazzo del primo dopoguerra, affacciato sulla piazza sottostante. Posizione da cui godono di una magnifica vista: a sinistra, in lontananza, si intravedono le case e le luci silenziose di Sestri Levante, e uno spicchio tremulo di mare antistante; verso nord fanno corona allo sguardo le colline su cui appoggia Leivi e verso ovest si staglia la sagoma del monte di Portofino che declina imponente verso il mare.

Davvero vuoi che ti parli ancora di Monet?, gli risponde Francesca.

Mi piace quando mi racconti di un pittore, dei suoi quadri, anche della sua vita, gli amori, le passioni…

Bene, inizierò una lezione per il mio allievo prediletto. Monet dipinse oltre trenta tele della Cattedrale di Rouen, ognuna secondo le variazioni della luce e delle tonalità cromatiche nell’arco della giornata. Nei suoi quadri i protagonisti diventano il colore e la luce, capaci di dare un’anima, anzi tante anime, alle pietre della facciata gotica.

Le case che si affacciano sulla piazza stanno brinandosi di un velo che ne addolcisce i contorni, e li ammanta di malinconia. Il sole si appresta con maestosa lentezza a rispettare la sua millenaria abitudine: disegnare un rigoroso arco nel cielo, specchiarsi nel golfo del Tigullio e, pregustando l’imminente, meritato riposo, scomparire dietro il monte di Portofino, tingendone d’oro il caratteristico profilo.

La sera avanza, le vetrine dei negozi assumono tonalità chiare, i rumori del traffico e il vociare dei pedoni che entrano ed escono dalla stazione arrivano alla terrazza attutiti, mentre resta il piacere rassicurante di osservare dall’alto un’umanità affannata, alla ricerca del riposo o di un’avventura.

La vista da quassù, commenta Francesca, favorisce la calma e il distacco.

Certo, noi ci troviamo in alto sotto il cielo, nella posizione di chi sa di poter essere osservato solo dal sole, dalla luna e dalle stelle secondo la rigorosa sequenza del tempo, e dai gabbiani. Questi uccelli vogliono farsi sentire ed emettono gridi rauchi e striduli, soprattutto all’alba e durante le ore del tramonto.

Appena Aurelio pronuncia la parola ‘tramonto’, una smorfia di preoccupazione gli attraversa il viso.

Guarda, aveva proseguito lei, additandone alcuni, quando volano bassi e si avvicinano, è possibile intravederne il becco feroce e cogliere di sfuggita la fissità degli occhi, residui di preistoria.

Di fronte alla terrazza si erge l’imponente struttura della Curia Vescovile. L’ocra è il colore dominante delle sue pietre, sulle quali il sole, nelle giornate in cui la fa da padrone, imprime vivacità e leggerezza. Brillante e solare per tutta la durata del giorno, l’ocra continua nella sua incessante metamorfosi ad assumere nuove sfumature: l’oro sembra perdere quel velo, splendente di giovinezza, che potrebbe avere un monile appena creato, e gradualmente prendere su di sé una patina più vissuta, simile a quella di un gioiello di antica fattura.

È questa la magia che cattura i due amanti, incantati dalla repentina mutevolezza della luce che rende viva ogni pietra e ogni muro, colorandoli di giallo miele.

È arrivata L’ora di Monet. Così amano chiamare, nella loro mitologia privata, l’arco di tempo durante il quale si compie la metamorfosi della luce, così cara al pittore.

    Questa è davvero una sequenza di momenti unici, come quelli fissati nelle numerose tele della cattedrale. Lo sai che quando cambiava la luce, Monet cambiava la tela?

È stato capace di imbrigliare la luce, commenta Aurelio che dalle parole di lei, dall’atmosfera in cui sono immersi e dalla musica si sente trasportato in un’altra dimensione.

Domanda per il mio allievo: qual è il sottotitolo della serie La Cattedrale di Rouen?

Non lo so, qual è?, le chiede lui a sua volta.

Armonia in blu e oro.

Sì, certo, sono i tuoi colori.

Scusa, che cosa stiamo ascoltando?, chiede lei, improvvisamente sorpresa.

Lui per un lungo attimo si immobilizza, si riprende e le sorride: sono le Variazioni Goldberg suonate da Keith Jarrett, le risponde. E si alza, si avvicina alla ringhiera e rivolge lo sguardo lontano, dandole  le spalle. Una commozione improvvisa, che cerca di nascondere.

Non riesco ad abituarmi a questi momenti, si dice, mi prendono a tradimento, sto male ogni volta per la perdita di un suo ricordo, ho paura che tutta la sua memoria possa diventare preda di una mercuriale evanescenza. Pensare che pochi giorni fa ho messo su Changeless, e lei pronta: questo è Keith Jarrett, vero?

Noi riusciamo solo a vivere il rincorrersi del tempo, continua Francesca, quel tempo che Monet è stato capace di catturare sulle sue tele. Ma mentre il nostro piacere dura pochi minuti, può essere straniante ma effimero, la bellezza dei suoi dipinti, più passano gli anni, più li rende immortali. Ti piacerebbe andare a Rouen? Non credi che sarebbe bellissimo immergerci nella Culla dell’Impressionismo?

Certo che ci andremo, le risponde Aurelio accarezzandole i capelli. Penso che tu saresti perfetta su una tela di Monet.

Grazie. Qualche donna l’ha dipinta, Donne in giardino e poi, famosissimo, La passeggiata, una donna leggiadra, vestita di bianco, con un ombrellino verde. Sai, io penso che un giorno questa terrazza comincerà a volare, sorvoleremo terre sconfinate e i paesaggi di Monet, guarderemo dall’alto i suoi giardini.

Adesso ti rivelo un segreto, le sussurra: la nostra terrazza stia già volando.

Scusa, come si chiamano i fiori che hanno ispirato i suoi capolavori?

Nymphéas, Francesca, sono le Nymphéas.

Ci sono momenti nella vita in cui ci illudiamo di essere potenti, quasi onnipotenti, il mondo gira su un asse perfetto e noi ci sentiamo gli artefici della felicità. Una notizia impossibile, un giorno arriva una notizia impossibile che ci schianta e ci sbatte in faccia la nostra impotenza. Il dolore è una pietra, la malattia un tradimento. Ero annichilito mentre ascoltavo la diagnosi, ero anche infastidito, come quando non vuoi accettare una brutta notizia, la neghi, vorresti che fosse possibile scacciarla come si fa con un tafano insistente. Erano le cinque del 23 giugno.

Il medico ha detto: probabilmente è un principio di Alzheimer.

Alzheimer?

Oh, solo un principio, ha ribadito, come a minimizzare la gravità della notizia. È possibile si tratti di cambiamenti dovuti all’età, sono i primi segnali.

Eppure di qualcosa mi ero accorto, ma avevo continuato a soffocare i segnali, a rimuovere le avvisaglie. Avrei dovuto essere preparato, i vuoti improvvisi, lo sguardo sorpreso e poi il suo Keith Jarrett, non lo riconosceva più, lei che dalle prime note sapeva dire il titolo di ogni composizione.

La malattia è uno schiaffo improvviso, il dolore è un lungo viaggio dell’anima che trasforma le illusioni, spazza via le certezze, è la scoperta che il re è nudo, ti obbliga ad accettare il fascino maledetto dell’imperfetto e a rifondare da capo il tuo piccolo universo. Da quel giorno una specie di idée fixe – un misto di panico, smarrimento, dolore, terrore – si è installata nella mia mente, è impossibile sfuggirle.

Siamo qui, ho pensato, stiamo procedendo così bene nelle nostre esistenze, e il medico dice che ha l’Alzheimer? Mi ha assalito il pensiero di subire un’ingiustizia, cioè di subirla io, l’ingiustizia. E lei, che cosa ha avuto il coraggio di dirmi? Beh, magari, se le cose non peggiorano troppo rapidamente, possiamo continuare a stare bene ancora per molto tempo. Lei che cercava di consolare me, deve aver letto lo sgomento sulla mia faccia, lei che si era sentita dire un minuto prima di avere l’Alzheimer.

Il medico l’ha detto alle cinque, so di aver guardato l’orologio, non lo dimenticherò mai. L’ora mi ha ricordato Garcia Lorca: Tarderà molto a nascere, se nasce… tarderà molto a nascere, se nasce, una donna così dolce, così pura, così delicata, così ricca d’intelligenza e umanità. Non volevo che si fosse ammalata, proprio lei, ancora così bella, ancora così amabile. Mi sono sentito annichilito, i desideri si sono contratti, non c’è spazio per niente, una speranza, un rinvio, una negoziazione, non c’è spazio possibile.

Che cosa si può fare?, chiedo al medico.

Vivere situazioni tranquille e rilassanti, bagni tiepidi e bevande calde che possano favorire il riposo notturno.

E poi?

Ascoltare musica, aiuta molto.

E poi ?

Non avere fretta, utilizzare quando è possibile un linguaggio non verbale.

E poi?

Aumentare l’illuminazione, evitare eccessive zone d’ombra. È conosciuta come sindrome del tramonto o sindrome del sole calante, si manifesta con reazioni improvvise nelle ore del tramonto.

Il medico alza le spalle rassegnato di fronte alla mia espressione delusa.

Di fronte alla malattia ci sono momenti in cui mi smarrisco come un marinaio che ha perso l’orientamento, a volte invece mi rianimo e mi convinco che anche senza bussola saprò tenere la rotta.

Aurelio, come stai?, mi chiede Francesca spesso, me lo chiede con dolcezza, nascondendo la preoccupazione, come se fossi io l’ammalato. Io penso che il tempo non sia uguale per tutti, aggiunge. Noi dobbiamo cercare di vivere al meglio quello che la vita ancora ci concede: bisogna giocare il tempo, ingannare quello che i greci chiamavano crόnοs, allearsi invece con il kairós. Il mio insegnante di greco ne parlava spesso.

Giocare il tempo, mi ripeto, giocare il tempo…

Lei continua nella sua riflessione di scintillante lucidità: inutile combattere contro il crόnοs, il tempo assoluto, oggettivo, scandito dall’orologio, che avanza implacabile. L’unica possibilità che abbiamo è allearsi con l’altro modo con cui i greci chiamavano il tempo, il kairós, il tempo soggettivo, intimo, dell’occasione, dell’opportunità, che ci fa sentire in sintonia col mondo, il tempo dell’orologio individuale.

Vivere al meglio nella dimensione del kairós, trasformare la nostre vite in una continua ricerca di occasioni, spiragli favorevoli, attimi fuggenti, muoversi con la sensibilità animalesca del momento opportuno, lasciarci guidare dall’istinto di sopravvivenza, abbandonare per sempre la perfida invadenza della ragione. Accettare l’ineluttabile, ma vedere la vita con occhi nuovi, per comprendere insieme quello che ancora può darci, far lievitare giorno dopo giorno i ricordi buoni come sorprese, come regali, dare un senso composto al dolore, tutto questo diventa una conquista dell’amore.

Questo mi sta dicendo Francesca. Possiamo anche inventare, tutti gli uomini romanzano. Non preoccuparti se non ricorderò, se vedrai i vuoti incolmabili della mia memoria erosa, tu sai che arriveranno altri momenti in cui i ricordi saranno presenti e benevoli, soprattutto quelli più lontani, i ricordi dalle ombre lunghe.

Giocare il tempo: le sue parole hanno fatto sì che tutto me stesso – cervello, anima, cuore – entrasse in gioco. È iniziata la mia personale, a volte surrettizia, battaglia contro il crόnοs. E la grande alleanza con il kairós.

Quando lei mi parla in modo fedele e preciso del nostro primo incontro o quando commenta Monet, ecco, queste diventano occasioni imperdibili, sono i momenti di una felicità interstiziale, non meno intensi e pieni di quelli che ci hanno accompagnato nel corso della nostra vita insieme.

Sai, mi dice, affrontiamo la malattia con le parole che sopravvivono nella mia memoria, le facciamo uscire dallo scantinato delle parole perdute dove abbiamo avuto la tentazione di rinchiuderle.

Ora la luce è di colore giallo bruno, con qualche nuance color sabbia. Il giorno sta raggiungendo la sua ora più vespertina, è il miracolo dell’incontro con l’imbrunire. Tutto lo spazio visibile è diventato appannaggio della sera che sta attardandosi, forse timorosa di invadere il giorno, diventato ormai consapevole dell’impossibilità di opporre resistenza. Gli ultimi raggi, che ancora illuminano la pancia delle nuvole, rendendone rossi e rosati i contorni sfrangiati, mettono in risalto per contrasto il profilo scuro del monte di Portofino.

Questo tramonto ci fa diventare romantici, dice Francesca.

Lui se ne ricorda all’improvviso, della sindrome del tramonto. Adesso sarebbe meglio rientrare, le dice.

Sto bene, non preoccuparti. Aspettiamo l’atto finale. Noi possiamo dimenticare il timore dei tramonti e zittire la malinconia.

Lui la guarda, gli appare serena, indossa uno scialle azzurro con cui si protegge le spalle e il collo da una lieve brezza, più immaginaria che reale.

Intanto il sole sta rallentato la sua parabola, forse per ascoltare le parole dei due innamorati. Manifesta la sua approvazione inviando un ultimo raggio che sfiora i capelli bianchi di lei e dipinge i loro visi come una delle cattedrali di Monet.

Dopo l’immensità del crepuscolo, anche la terrazza è avvolta dal manto gigantesco del cielo della notte che, come d’abitudine, si fa accompagnare per tutta la durata del suo viaggio dalla vecchia carovana di fantasmi e nostalgie, e si lascia illuminare da repertori di stelle delle quali è già possibile sentire l’odore.

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