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La morte dell’analista

Per tutto il tempo di una psicoanalisi la figura dell’analista assume un ruolo centrale nella vita del paziente. Ma se l’analista muore nel durante? È possibile rimediare a questa mancanza? C’è modo di supplire in qualche modo alla sua assenza?


  Non avevo voglia che morisse. Proprio così. Certo che sono addolorato, è addolorata la mia pancia, il mio cuore, il mio stomaco. Il dolore è una pietra, la morte un tradimento. Sono anche infastidito, come quando non vuoi accettare una brutta notizia, la neghi, vorresti che fosse possibile scacciarla come si fa con un tafano insistente. È arrivata ieri a quest’ora, ieri pomeriggio alle cinque. Massimo mi ha mandato una e-mail: È morto Antonio Pagliedi.

   L’ora mi ha ricordato Garcia Lorca: Tarderà molto a nascere, se nasce, un andaluso così puro, così ricco d’avventura. Non avevo voglia che morisse. Lo so che detto così, suona male. Uno muore e un altro dice: non avevo voglia che morisse. Chi ha voglia che una persona muoia? Eppure lo sapevo. Le ultime sedute? Andavo non perché avessi qualche terribile urgenza, andavo per vedere come stava lui. Erano delle verifiche. L’ultima volta che lo incontrai, l’anno scorso, il 25 ottobre, me lo disse. Caro Aurelio, non sto bene. Sono nella fase terminale.

   Il mio primo pensiero? Di un egoismo totale, puro, assoluto. Roba da vergognarsi per tutta la vita. Ma come, ho pensato, siamo qui, io sto procedendo bene nel mio percorso, e tu mi abbandoni? E io, adesso, che cazzo faccio? Lì per lì, sono rimasto senza parole, mi ha assalito il pensiero di subire un’ingiustizia, cioè di subirla io, l’ingiustizia. Lui mi dice che sta morendo, io penso che sto subendo un’ingiustizia. E lui, che cosa ha avuto il coraggio di dirmi? Beh, magari, se le cose vanno meglio, possiamo continuare a incontrarci ancora per un po’. Lui che cerca di consolare me, deve aver letto lo sgomento sulla mia faccia, lui che mi aveva detto un minuto prima di essere in fase terminale. E tu, come stai?, mi chiede. Cambia discorso, come se niente fosse. Mi sento ridicolo. Di colpo, di fronte alla morte che mi parla attraverso di lui, i miei fantasmi, le mie nevrosi e tutto il resto, sono diventati figurine capricciose. E con Maria Teresa, mi chiede cambiando tono di voce, come sta andando?

   Di Pagliedi, prima di conoscerlo, avevo sentito parlare molte volte. L’avevo incontrato due anni prima, a un convegno. A tavola qualcuno aveva deciso che ci si poteva dare tutti del tu: confortato da una sorta di familiarità immaginaria, mi ero sentito autorizzato a chiedergli se mi prendeva in analisi. Se vuoi, mi aveva risposto. Con quella risposta, che non nascondeva perplessità, aveva inteso riferirsi alla sua età.

   È cominciato così il mio psico-viaggio. Con grandi timori. Alla prima seduta, si è aperta la diga dell’anima. Poi, me ne sarebbero bastate poche per capire una grande verità: la stanza dell’analista è il mondo, e come riesci a stare nella stanza dell’analista, riesci a stare nel mondo. Allora aveva ottant’anni precisi: lucidissimo.

   È cominciato così il mio viaggio dell’anima o, come dicono con sufficienza quelli che non ci credono, il mio volermi guardare l’ombelico. Come si fa a sottovalutare l’importanza dell’ombelico? Se non sta bene lui, non riesci a stare bene neppure tu, e nemmeno le persone che ti sono vicine, quelle che ti amano, perché sei tu a essere pesante come piombo fuso. Io l’ho vissuta, una situazione così. Alla lunga c’è il rischio che si stanchino dei tuoi silenzi o della tua insoddisfazione permanente, si devono beccare le scimmie che gli molli subdolamente sulla schiena, le accuse sotterranee di non essere capaci di farti volare.

   Beh, diciamolo chiaro: se ci vai, è perché sei in uno stato di malessere che non riesci nemmeno a definire. Io, in quel periodo? Discreto successo professionale, guadagnavo benino, una relazione affettiva soddisfacente ma intimamente traballante, qualche licenza sessuale. Visto dall’esterno, potevo apparire invidiabile. Ma non riuscivo ad ascoltare il desiderio, il suono rauco del desiderio, quello vero, autentico: la mia anima era insoddisfatta, inquieta. Per fortuna, fin dalla prima seduta, mi sono sentito libero di aprirmi come un libro. Un giorno mi ha avrebbe citato Hillman: le persone sono libri.

    Ma cos’è l’analisi, mi hanno chiesto in molti. L’analisi è una delazione che smaschera l’eufemismo dell’illusione. Non c’è più spazio per la finzione, non puoi più raccontartela. Devi liberarti del timore di apparire ridicolo o sprovveduto, superare lo spauracchio del giudizio, dire allo sconosciuto che ti sta davanti – io ho scelto il vis à vis, non il lettino – le cose più misere che hai fatto nella tua vita e confessare i pensieri più ignobili che insistono ad attraversarti la mente. Devi far esplodere la corazza che per anni ti ha difeso ma ti ha tenuto prigioniero, ti ha costretto ad apparire bello e luccicante. Ebbene, se riesci a fare tutto questo in quei cinquanta minuti fuori dal tempo che è la seduta e in quello spazio fuori dal mondo che è la sua stanza, ebbene, allora puoi diventare ed essere te stesso in qualsiasi tempo della tua vita e in qualsiasi luogo del tuo soggiorno. Questa è l’analisi. Una roba tosta, perché sai quando cominci e non sai quando finisci, ci vai convinto di sciogliere i nodi che ti torturano da tempo e invece dopo le prime sedute scopri che i problemi non sono circostanziati come li avevi immaginati tu. Scopri un sacco di menate nascoste, camuffate, soffocate che non aspettavano altro che venir fuori per essere prese in considerazione.

   Non è una cosa facile, l’analisi: se ti liberi del narcisismo e del compiacimento per la tua uniqueness, allora ti accorgi che non c’è nulla di cui vantarsi, nulla di cui vergognarsi. Non ti senti più un superuomo per le tue virtù, neppure figlio di un dio minore per i tuoi difetti: senza la vecchia armatura riesci a muoverti con naturalezza dentro a un corpo più ecologico e leggero. Una sensazione fisica. La psiche reagisce sul soma.

   Perché questa difficoltà a mantenere una relazione duratura con una donna? Ho compreso che non potevo scaricare su di lei le mie insofferenze e le mie delusioni la volta in cui, quasi en passant e con la sua solita benevolenza, Antonio mi ha detto: Aurelio, non c’è due senza uno. Uno squarcio improvviso nella mente, un’illuminazione straziante: cazzo, ma allora è quest’uno che devo raddrizzare! E quell’uno, cazzo, sono io!

   L’appuntamento con lui? Un impegno inderogabile. La seduta diventa l’essenza della tua esistenza: in quello studio silenzioso è in gioco tutto te stesso, ma non è un gioco, non è una sfida intellettuale. Se vuoi che l’analisi funzioni,  devi essere nudo e spoglio come quando uscendo dall’utero materno ti sei affacciato al mondo, quando ti hanno dato lo schiaffo della vita che a poco a poco sta ritornando amica.

   Poi c’è il grande lavoro sul passato, la riscrittura della tua storia. Giorno dopo giorno, tra sorpresa e sofferenza, cominci a comprendere il motivo per cui non riuscivi più a sorridere e a cantare a più non posso, la gola intasata da qualche insensato timore.

   Noi parliamo, e le parole sono più sapienti di noi: lui fa parlare le parole, le sue nominano il disagio, lo fanno uscire dallo scantinato dei fantasmi dove ha abitato per anni, tirano fuori i rimorsi – cani che mordono e rimordono – e riescono a sciogliere le elucubrazioni incistate nella mente come larve vanitose e persistenti, e anche tutti i rimpianti che da anni insistono e resistono e persistono, eh, sì, perché, come dice la Merini, ognuno è amico della sua patologia.

   Ecco, si può capire perché ho pianto. Adesso devo sopravvivere alla sua assenza, e già soffrivo per la perdita di una sua frase tant’è vero che temendo che le sue parole potessero diventare preda di una mercuriale evanescenza, durante le sedute prendevo nota di tutto – posso prendere appunti?, gli avevo chiesto; e lui: ne sono onorato –, scrivevo parole forsennate che appena fuori, seduto al solito bar, studiavo, correggevo e abbellivo. I miei appunti? Una specie di totem. Un’erotizzazione da calamaio, forse, ma io mi sentivo un marinaio in cerca della giusta rotta, felice di poter contare sul mio personale portolano.

   Alcuni che avevano fatto analisi di gruppo con Antonio mi dicono da qualche tempo che ho cominciato a parlare come lui, le stesse pause, che sono diventato – è vero! – un accanito studioso dell’etimologia; una psicologa che incontro in associazione mi ha detto che sempre più spesso mi aggiusto gli occhiali e mi accarezzo la barba proprio come faceva lui.

   Da un po’ di tempo ho provato a regalarmi un trucco, tentare una malizia: non appena avverto odore di burrasca o avvisto una tempesta, mi fermo, fisicamente e  mentalmente,  ovunque mi trovi; cerco di mettere a fuoco il malessere o il problema e con precisione certosina di formularlo nel modo migliore, lo scrivo con cura su un quaderno – mi sono comprato un Moleskine nuovo, rosso – mi apparto un luogo isolato e silenzioso e leggo a voce alta quello che ho scritto ad Antonio.

   Poi mi metto ad aspettare: dopo pochi minuti,  oppure dopo un’ora, la risposta arriva. La scrivo sul quaderno (ogni volta mi torna in mente il suo “ne sono onorato”), e ci ragiono sopra: succede che mi trovi subito d’accordo, ma di solito no, le parole di Antonio, proprio come mi succedeva durante le sedute, mi risuonano sorprendenti, imprevedibili, difficili, spesso irritanti.

   Ma ormai ho capito la dinamica: devo dare tempo alla presunzione della razionalità  di togliersi di mezzo, e lasciare che le parole diventino altro da ciò che appaiono, come se dovessero subire una profonda metamorfosi.

   “Aurelio, lo sai, comprendere non è capire, comprendere è lasciar entrare il significato ulteriore, metaforico delle parole dentro di noi, e vedrai che anche quelle più ostiche e apparentemente spiacevoli hanno una loro ragion d’essere, una loro utilità”.

   Con questo escamotage, di cui vado piuttosto fiero, ho fatto pace con Antonio. L’ho anche perdonato per essere morto.

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