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La penna d’oro

Esistono penne amiche, che svolgono con docilità e dedizione il compito di fissare su carta i nostri pensieri. La penna protagonista del racconto invece, dopo aver assunto il comando, impartisce, inesorabile, ordini ineludibili.


Mi trovo in un luogo pulito, gradevole e illuminato da una luce che scende dall’alto e che, attraversando vetrate liberty, sembra appropriarsi dei loro colori per diffonderli e spanderli su ogni cosa. Dopo un breve spaesamento iniziale, mi accorgo di essere in uno spazio austero invaso da libri che ostentano le loro costole consumante dal tempo e occupano gli scaffali di maestose librerie. È un luogo riservato, mi convinco senza una ragione precisa, ai poeti mancati e agli scrittori illusi.

Sono seduto a un’ampia scrivania di mogano, su una poltrona comoda, dalla pelle rossa e dai braccioli generosi.

Davanti a me, un grande quaderno di fogli immacolati come la neve dell’infanzia e, posata accanto, una splendida penna d’oro: è tutta la vita che sogno una penna così! Sull’impugnatura un ricamo lussurioso e imprevisto: le mie iniziali in diamante.

Che oggetti eleganti, questo è l’ambiente ideale per la scrittura.

Un vigore giovanile mi prende, uno slancio infervorato. Impugno la penna con delicatezza e determinazione, e inizio a scrivere di getto, con una fluidità che non sono mai riuscito neppure a immaginare.

Divento penna, foglio, quaderno: ho la sensazione di percepire l’armonia straordinaria e segreta dei pensieri nel loro nascere, delle parole e delle frasi nel loro formarsi.

Si stanno generando righe precise e ordinate come geroglifici. Continuo a scrivere con un ritmo più rapido della fantasia, riempio tutta la pagina.

Che meraviglia questa fatica! Mi sento il cuore leggero come un ricordo buono, di quelli che si tengono da conto e si vanno a trovare quando si è tristi, a ripassare e ad accarezzare per trarne conforto. Giro il foglio, ecco una nuova pagina immacolata, ah, che parole perfette mi arrivano, non devo neppure pensarle, le frasi si formano da sole. Mi scopro dotato di un’abilità calligrafica sorprendente. Mentre scrivo, rivedo Ada, Michela, Sandro, Rino, Marisa: ho intenzione di iniziare raccontando di quando ho conosciuto Antonia.

   Possiedo la fluidità di un pianista e l’alacrità di un amanuense. Proseguo leggero, è come vivere in un sogno, ho già riempito molte pagine, quando ritorno indietro per controllare una data e…

Nulla.

Le pagine appena scritte sono bianche e immacolate, non una parola, non un segno. Le osservo con sgomento. Non credo al mio sguardo, strizzo gli occhi per mettere meglio a fuoco: la prima pagina, a riguardarla, ha il colore puro del ghiaccio, è quasi trasparente, fa rabbrividire. Stacco le mani, cerco di allontanarmi…

Sento il sangue che se ne va, ho l’impressione che fluisca dalle mie vene come l’inchiostro dalle pagine, si dilegua, si dissolve… percepisco il mio viso gelido, lo stesso sudore freddo di quando si sta per svenire. Non mi vedo, anche se un occhio esterno, quello che nei sogni ci fa essere l’altro che guarda, mi rimanda un’immagine pallida, cerea, esangue.

Rifletto sulla natura bifocale dello sguardo, mentre mi appare il disegno preparatorio per El sueño della razón produce monstruos, dove Goya è osservatore e nello stesso tempo l’attore sulla scena.

Resto immobile. La penna d’oro scivola a terra senza rumore. Scruto le mie mani: sono diventate di gesso, si confondono con il bianco della pagina bianca.

Un desiderio di fuga s’impadronisce di me, è un desiderio di libertà. Ma il mio corpo è bloccato. Piomba nella mia mente, come una folgore, un nuovo desiderio: di morte. Si dice a volte: è meglio morire. La morte salvatrice, accogliente, ha viso dolce di donna. È lei che hai sognato per tutta la vita, quei capelli, quegli occhi, le labbra, il sorriso, la vedi, ti sta sorridendo… un pensiero fulmineo, una saetta in un cielo sorpreso: Angelo, tu sei morto, non puoi morire due volte! No, non è vero, grido, si può morire mille volte, si muore ogni volta che ti rubano un sogno, ogni volta che si spegne un desiderio, ogni volta che fanno sanguinare la tua stella, ogni volta che ti rinnegano o ti tradiscono, a ogni oblio…io voglio morire per sempre, una volta per tutte, in un tempo senza memoria…

Avverto una presenza vicina, un brivido gelido percorre la mia schiena esausta: è la penna d’oro, ricomparsa accanto alla mia mano. Da lei proviene la voce. La penna è diventata voce. Prego, continui pure!, dice inesorabile. Non sono in grado di disobbedire, l’ordine ha la potenza dell’ineluttabilità.

Le mie mani sono autonome, una forza invisibile le guida, tornano a muoversi, si staccano dalla scrivania, il braccio destro riprende il movimento della scrittura. Ricomincio a estrarre parole, a comporre frasi. Con facilità. Un potere meccanico mi costringe, invincibile.

Inutilità, certo, si può morire d’inutilità!

    Ho un’intuizione terrificante: la mia pena è scrivere, continuare a scrivere, spinto da una forza irresistibile. Scrivere del tempo vissuto e delle persone che hanno condiviso con me un tratto del loro cammino. Della loro tenerezza. Del loro amore. Sapendo che nulla di ciò che scrivo, resterà. Più le parole mi appaiono belle e autentiche, più ne percepisco la falsità e l’arroganza.

Non vorrei parlare di voi, non sono io che vi cancello, voi restate sempre nel mio cuore, nella mia anima, nel mio sangue.

D’improvviso cambia la scena: adesso posso vedermi meglio. È proprio vero, quando osservi te stesso dall’esterno, ti fa un’impressione orribile. I miei occhi mi scrutano dall’alto, sono seduto a una scrivania e sospeso nel vuoto, non c’è gravità, né luci, né ombre, né suoni.

Mi penetrano nelle orecchie le parole della penna d’oro: Lei, dice, ed è come se rispondesse a quello che ha pensato, non ha più cuore, né anima, né sangue, cosa crede di poter conservare, non ha più nulla di suo, qui non c’è proprietà, né possesso, né alito, non ci sono ombre, qui non si può scegliere nulla. Lei è e sarà una mano, un braccio, due occhi solo per guardare quello che scrive e solo per scoprire ogni volta che non ha scritto nulla, che nulla rimane, nulla sopravvive, nulla esiste. Le rimangono i ricordi, solo quelli, che col suo scrivere ininterrotto continuerà a corrodere, a consumare, anche i ricordi si corrompono, lo sapeva? Fino a farli diventare larve di memoria, brandelli senza casa del passato.

La sua pena, sa, non è delle peggiori: lei in vita ha profanato le parole, quando ha tentato di manipolare la realtà e di trattare le persone come tesserine di mosaico, quando ha cercato di convincere, di sedurre, riuscendoci rare volte. Troppo spesso ha dimenticato le persone care, quelle che ha creduto di amare. Era un amore egoistico e cieco, lei in vita non ha ascoltato le grida e i silenzi degli altri, è stato sordo ai richiami dell’amore vero, avendo orecchie solo per quello facile ed egoista, e ne ha pure parlato e scritto, con compiacimento.

Ma scriveva per sé.

La sua pena è semplice: scrivere, scrivere, scrivere tutto ciò che di autentico avrebbe voluto fare nella sua vita. Scrivere è stato definito un vizio insaziabile e corrosivo, e anche il piacere più intimo e solitario che si possa immaginare. In fondo il suo è un privilegio, è legge fatta per il singolo. Potrà raccontare delle persone che ha creduto di amare. Solo adesso, solo da quando si trova in questo spazio, ha l’illusione di poterle amare davvero, mentre le sue parole sono condannate alla scomparsa.

No, ribatto con inaspettata energia, no, non m’interessa ricordare, né scrivere. Io non voglio scrivere nulla, non scriverò più una sillaba.

Lei crede davvero di poter scegliere? Crede, sento la voce entrarmi dentro, fatta di sprezzatura e derisione, che esista la facoltà di dire questo sì e questo no? Come ha fatto in vita con le persone ogni volta in cui le ha trattate come oggetti di desiderio o come voci non degne di ascolto? Per favore, non insulti la sua intelligenza né la sacralità del luogo. Dimentichi le sue inutili convinzioni illuministe. Qui tutto è gratuito e ordinato, pensi quale confusione fastidiosa se ognuno decidesse di fare o non fare, di cambiare tempo e pena, di costruirsi a piacimento il proprio destino, di scegliere la propria condanna e la propria fine. C’è un’estetica da rispettare. Non dimentichi che lei potrà scrivere non solo in orizzontale, anche in verticale. Fuori e dentro di sé, nella profondità dell’anima. E lei, più scriverà, più pagine bianche si aggiungeranno ad altre pagine bianche, e quanto più vorrà ritrovare i suoi ricordi, tanto più capirà che li sta facendo impallidire, illanguidire e svanire, fino a che non rimarrà altro che pagine bianche e pagine bianche a non finire. Pagine bianche, sigillate dall’eternità.

La voce tace. Ho appena il tempo di un pensiero: questi fogli, tornati bianchi, sono incommensurabilità per l’anima.

È vero, riprende implacabile. Si può morire mille volte, ogni volta in cui ti rubano un sogno, quando si spegne un desiderio, se fanno sanguinare la tua stella, se ti rinnegano, se ti tradiscono, se ti dimenticano. Si può morire anche, e di questo lei non si accorgeva finché era in vita, tutto teso a inseguire il suo egoistico presente, quando si rubano i sogni degli altri, si spengono i loro desideri, si fa sanguinare la stella di qualcun altro, quando si rinnega, si tradisce, si dimentica. L’ho già detto: è una giustizia estetica. È così che quelli come lei muoiono ogni giorno e ogni giorno li consuma, un poco alla volta fino all’invisibilità senza perdono, senza remissione, senza fine. Fino all’oblio, al dissolvimento, alla sparizione.

Adesso basta indugiare, io sono la sua Penna d’Oro e la pagina è bianca… prego, continui pure!

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