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Lettera da Marrakech

I ricordi degli anni indimenticati vissuti con Rosa a Marrakech e degli incontri affettuosi con la madre di lei, mancata da pochi giorni, sono descritti con nostalgia e rimpianto nella lettera di Antonio, ma tra le righe si intravede, forse, un alludere…


  Cara Rosa,

non appena ho letto la tua email, mi sono alzato, sono andato alla finestra, l’ho aperta, mi sono rivolto al grande giardino che si trova sul retro della casa e ho cominciato a parlare con me stesso, proprio come ci si può rivolgere a un’altra persona in grado di risponderci.

E così anche Vittoria ci ha lasciato, mi sono detto, ha fatto il suo ultimo viaggio e staccato il suo Ticket to Heaven. Io non lo so se esiste, ma se esiste lei sarà di sicuro finita lassù. Sono uscito sulla terrazza e l’ho quasi gridato, come a voler riparare in anticipo un’eventuale ingiustizia e assicurare a Vittoria il suo posto in Paradiso. E volevo che mi sentissero tutti, anche le palme più lontane, quelle vicino all’ingresso, alberi abituati ad ascolti secolari.

Ci sarà stato ad accoglierla Michele che, con la sua aria un po’ sorniona, era lì ad aspettarla sulla porta. Ce n’hai messo, eh?, le avrà detto. Ah, gli avrà risposto lei sbrigativamente, dovevo finire ancora un sacco di cose, ma adesso che sono qui, mio caro, metterò a posto quello che non va…

Sono sicuro che ti ricordi di Ticket to Heaven. L’abbiamo sentita per la prima volta al concerto di Eric Clapton ad Assago. Al ritorno, ci siamo fermati al primo autogrill e l’abbiamo ballata tutta, lì, sul piazzale, una musica dolcissima che ti prende per mano e non smetteresti mai di ascoltare… da allora, è diventata una delle nostre preferite.

Ah, i ricordi, ci devo stare attento. Spesso arrivano all’alba, impertinenti e anarchici, quando sei nel dormiveglia e non ancora abbastanza lucido da poterli tenere a bada. Arrivano a rimandarti l’eco di vecchie storie e a costringerti a dialoghi di rimpianti e nostalgia. Non sempre, però: a volte la memoria può diventare terraferma e allora ti aiuta a evitare gli sbandamenti della mente, quando non la governi più, come una barca senza timone in mare aperto. Sono rientrato, mi sono seduto alla scrivania e ho letto e riletto la tua mail. Con calma, parola per parola. E la data. E l’ora. 24 ottobre, 17,51.

   Cara Rosa, sei stata delicata, com’è nella tua natura, a inviarmi un messaggio il giorno stesso del funerale: non hai voluto farmi sentire in obbligo di venire. Lo sai, in mezza giornata, o poco più, si arriva da Marrakech a Milano. Mi hai scritto quando ormai non mi sarebbe stato più possibile essere presente per l’ultimo saluto. Alla cerimonia ci sarà stata molta gente, Vittoria era così benvoluta… E tu? Di ritorno dal cimitero ti sei decisa a scrivermi, quando ti sei trovata, immagino, in compagnia del dolore vero, quello più profondo, quello che non ha, come si dice, spalle su cui piangere. È proprio vero, una persona cara che muore, è come un tradimento.

   Ti sarà tornato in mente quanto andassimo d’accordo, lei ed io. A volte sei stata perfino gelosa di questo. Voi due avete lo stesso modo di ragionare, ti lamentavi, anche se in fondo ti faceva piacere che tua madre apprezzasse tuo marito. Ne eri gratificata. Mi ha sempre divertito, quando litigavate voi due, cercare di fare da intermediario o da paciere: non sempre con successo, a dirla tutta.

   L’ultima volta che l’ho incontrata è stato nel suo amatissimo negozio, uno dei più belli della sua non meno amata Via dei Fiori Azzurri. È stato verso il dodici o il tredici agosto, ero rientrato da poco in Italia. Sono andato a trovarla, per me era diventato un appuntamento imperdibile.

   Lei si comportava sempre nello stesso modo. Appena entravo, mi abbracciava e, se non c’era nessuno in negozio, appendeva il cartello Torno subito. Se c’era qualcuno, dava inequivocabili segni d’impazienza. Poi entravamo nel suo bar, ordinava con il solito cipiglio due caffè macchiati, con zucchero di canna e molto cacao, e mi sorrideva con complicità, per via del cacao, uno sfizio in comune.

   Ci sedevamo e ripeteva quel gesto che le ho visto fare solo con il suo Michele: appoggiava una mano sul mio avambraccio, e la teneva ferma a lungo, quasi ad assicurarsi che non volessi scappare. La sua mano sul mio avambraccio, leggera e decisa allo stesso tempo. Un gesto che la rappresentava meglio di mille parole. Io restavo immobile, neppure un muscolo muovevo. Mi racconti, diceva (Lo sai bene: nonostante alcuni tentativi, non siamo mai riusciti a darci del tu). Ma io per prima cosa volevo sapere di te. Lei mi raccontava del tuo lavoro, delle tue sfilate e ogni volta mi chiedeva: perché non la chiama? Sarebbe felice di sentirla, anche se non vuole ammetterlo. Mi chiedeva di parlarle della mia vita quaggiù. Io cercavo di risponderle, forse in modo vago, sbrigativo, ma lei non se ne stava. Antonio, mi racconti bene!, esclamava. Allora le parlavo del mio lavoro, del Marocco, delle abitudini locali; una volta le ho descritto un viaggio fino a Ourzazate per una nuova linea, il fascino del deserto, le tende dei beduini, le loro abitudini… ah, le ho anche parlato della ristrutturazione dell’Hotel La Mamounia, dove noi due, ti ricordi?, andavamo spesso a prendere l’aperitivo per goderci i tramonti di fuoco, per ammirare tutta la gamma del rosso. Il rosso, forse da allora, è diventato il mio colore prediletto.

   Uno dei suoi tratti più belli è sempre stata la curiosità. Pur avendo vissuto per una vita intera in un triangolino di mondo, la sua casa, il suo negozio e anche il tuo studio, ha sempre voluto conoscere, sapere, chiedeva notizie ai suoi fornitori: era capace di interessarsi di moltissime cose. Forse le sarebbe piaciuto, oltre che vendere abiti e oggetti esotici, visitare i paesi e i luoghi da dove arrivavano i suoi prodotti.

   Nessuna domanda sulla mia vita sentimentale. Mai.

   Ah, come c’era rimasta male quando le avevamo detto che la nostra storia stava finendo! Non voleva crederci, l’aveva presa quasi come un affronto, uno sgarbo personale, le sembrava impossibile che potesse succedere una cosa simile, proprio a lei: non avrebbe più potuto dire quella frase – sono io che vi ho fatto conoscere! – che amava ripetere spesso, con un compiacimento a stento trattenuto.

   Ha impiegato davvero molto tempo ad accettare la nostra decisione di separarci, dopo l’incidente di Sestri Levante… ah, che brutta bestia l’orgoglio, cara Rosa!

   Adesso se n’è andata. A ripensarci, l’ultima volta mi era sembrata malinconica, avevo avuto come un presentimento… ma è la memoria che si diverte a barare e a truccare i ricordi per far tornare i conti a modo suo.

   Purtroppo le parole servono poco. A volte ci mancano ma questa volta mi arrivano senza fatica. Ho deciso di scriverti una lettera anziché un messaggio, perché, come dice McLuhan – eh, lo so, lo so, sempre ’sto vizio di fare il professore –, il mezzo è il messaggio. E la lettera mi sembra un mezzo più intimo, più caldo: nonostante abbia a che fare tutto il giorno con la tecnologia, per questi aspetti sono rimasto un tradizionalista. Non mi piace l’indifferenza dei caratteri standardizzati, le parole parlano, e le parole scritte a mano parlano ancora di più. Spero parlino al tuo cuore.

   Solo le persone che amiamo possono farci soffrire, da vive o da morte. E quando se ne vanno, si portano via un pezzo di cuore. Se poi lo fanno senza preavviso, senza darci il tempo di prepararci al distacco, la perdita è ancora più amara, lacerante, anche se ognuno di noi può sempre confidare in uno spazio segreto, un rifugio dove le persone amate non sono mai veramente morte e da dove continuano a parlarci, a sgridarci e a volte anche a sorridere con noi.

   Mi accorgo di dire cose scontate, forse inutili. Ma una cosa vorrei dirtela, con la massima sincerità. Non sempre tu e tua madre siete andate d’accordissimo, diciamo così. Quello con i genitori a volte è un rapporto difficile, che la morte non aiuta a risolvere. Anzi.

   Tua madre era una persona meravigliosa. Ma non facile, soprattutto per una figlia, unica per giunta. Con la sua corporatura minuta, i suoi occhi azzurri e penetranti, quel suo modo di vestire deliziosamente trasandato, poteva apparire timida, indifesa. In realtà possedeva una forza d’animo enorme, sorprendente.

   Vuoi sapere il ricordo più bello che ho di lei? A ripensarci, mi commuovo ancora adesso. È stato durante il mio ricovero dopo la vitrectomia d’urgenza per l’endoftalmite: riposo assoluto, avevano imposto i medici. Io non vado più a Roma, avevi detto tu, ma io non avevo voluto che tu rinunciassi a un evento molto importante. Ormai l’operazione è andata bene, avevo insistito, niente benda nera da pirata. Alla fine avevi acconsentito a partire, ma chiederò a mia madre di venire in ospedale per questi giorni, avevi aggiunto, fino al mio ritorno.

   È stato allora che l’ho scoperta. Arrivava tutte le mattine, in anticipo rispetto all’orario ufficiale. Non so come riuscisse ad entrare e a passare inosservata. Scivolava lungo il muro del corridoio sfiorando il pavimento, forse diventava invisibile. Come si mangia?, mi aveva chiesto la prima volta. Insomma, le avevo risposto, non ho appetito. C’è qualcosa che vorrebbe? Della frutta cotta, le avevo risposto, la carne e le verdure non mi vanno. Da quel giorno, tutte le mattine compariva con una borsa termica e, dentro, un grande contenitore di frutta cotta. Ma è buonissima, le dicevo e… qual è il segreto? Il segreto? La frutta migliore del mercato, la cottura a vapore e un cucchiaino di miele. La mangiavo con un’avidità infantile. Le ricordo ancora come le colazioni più gradevoli della mia vita. Restava lì per tutto il tempo del mio pasto, a volte mi aiutava a tenere la tazza, lavava il cucchiaio e cambiava ogni volta il tovagliolo. Adesso devo andare in negozio, mi diceva verso le otto e mezza, alle nove apro. È stato in quei giorni che abbiamo cominciato a entrare in confidenza. E in quella mezz’ora che passavamo assieme, mi parlava di te, del negozio, di Michele. Quello era il suo mondo. Nonostante io gliel’avessi proibito, ritornava anche ogni pomeriggio, prima di riaprire il negozio. Ritornava per portarmi il gelato. Che gusti?, mi aveva chiesto. A me piace il cioccolato amaro, possibilmente all’arancia, ma credo sia difficile da trovare. Naturalmente era riuscita a trovarlo. Le piaceva molto raccontarmi del suo negozio, da cui non era mai mancata per più di una settimana all’anno, solo la settimana di ferie che  le imponeva di fare. Mi parlava del suo piacere di creare un ambiente accogliente, di ricercare e far arrivare dall’estero pezzi rari, spesso con grandi difficoltà, rivelando per il suo lavoro una passione profonda e una determinazione invincibile.

   Mi sono dilungato, ma vorrei ricordarti – ri-cordare è rimettere nel cuore, e avanti con il professore! – quello che di più bello tua madre ti ha lasciato in eredità. Non tanto con le parole ma con il suo comportamento, sono convinto che ti abbia insegnato moltissimo. Guarda, io ci ho messo anni a capire quello che mi ha trasmesso mio padre: il suo senso della giustizia, quella vena di scetticismo che rivelavano le due sottili rughe che gli comparivano sulla fronte, sopra le sopracciglia, e che io ho ereditato identiche… giustizia e scetticismo sono tratti che anch’io possiedo, mi hanno salvato dai facili entusiasmi, dalle ideologie a buon mercato.

   Tua madre ti ha contagiato nel modo migliore con la sua stessa passione, la capacità di sopportare la fatica e quell’incessante, quasi maniacale, ricerca del bello, caratteristiche che ti hanno fatto diventare la stilista di successo che sei.

   Una madre, ha detto qualcuno, è come la prima lingua: ti resta dentro e non la perdi più. Mi auguro che tu riesca a conciliarti del tutto con lei e a convivere pacificamente con il suo ricordo.

   Le persone care, quando muoiono, rinascono dentro di noi. Come un pittore che sceglie, nel fare un ritratto, proprio quei tratti che meglio rivelano il carattere del modello, così ognuno di noi traccia nella memoria un profilo nuovo, non importa quanto fedele, della persona amata, con il quale comincia a convivere e continuerà a farlo per tutto il tempo che avanza.

   Mi chiedi anche come sto. Bene, direi. Bene. È proprio vero che la nostalgia è una malattia, la famosa malattia del ritorno, una delle più nocive e subdole infezioni dell’anima.

   Se torno in Italia per Natale, potremmo andare a trovarla assieme, magari le farebbe piacere vederci uniti ancora una volta.

   Cara Rosa, ti abbraccio forte.

                                                    Antonio

Marrakech, 28 ottobre 2016, verso mezzanotte.

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