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Ma se ghe penso

Diego lascia la sua amata Genova per andare a fare il comandante di nave in Australia, dove inizia una nuova vita. Il tempo sembra destinato a scorrere in modo tranquillo e appagante, ma un incontro inaspettato lo attende.


   Diego, ciao, sono Da Passano.

   Oh, signor Da Passano, buongiorno.

   Niente signore, per favore, ricordati che mi hai sempre dato del tu.

   Ma è passato tanto tempo…

   Tu continua a chiamarmi Giuseppe, come quando eri un bambino e venivo a trovare tuo padre.

   Diego navigava ormai da otto anni con la Tirrenia la sera in cui fu chiamato al telefono da Da Passano, un armatore genovese che suo padre conosceva da sempre e che aveva fatto fortuna in Australia. Spesso rientrava in Italia e ogni volta andava a mangiarsi le trofie col pesto, i pansòtti col sugo di noci e poi, aggiungeva con uno sguardo metà nostalgia, metà compiacimento, a vedermi la Lanterna.

   Diego, perché non vieni a lavorare in Australia con me? Io faccio la Costa sud-occidentale. Lo sai, ho tre barche che funzionano tutto l’anno. Da aprile a settembre, per i locali che da Perth vanno in vacanza sulle coste a nord e a sud della città, spiagge bianche come in Sardegna. Negli altri mesi, per i turisti che arrivano dall’altro emisfero per vedere le balene che hanno fatto i piccoli.

   Passarono due serate insieme a parlare di Perth, delle opportunità che poteva offrire a un capitano come Diego, del clima, delle ragazze australiane…

   Diego ne ragionò più volte con Stefano, suo padre.

   Figlio mio, fai come ti senti, gli rispondeva, la vita è la tua. Da Passano è uno giusto, di questo sono sicuro.

   Caterina, la madre, diceva sì con la testa, ma si vedeva che il cuore avrebbe preferito avere il suo ragazzo, fìggieu unicu, sempre lì, a portata di vista.

   Una mattina Diego andò a Camogli, prese il battello per Punta Chiappa e stette lì tutto il giorno. Ricordati che davanti al mare si pensa meglio, gli aveva detto suo padre.

   Nell’ottobre del 1974, ventisette anni appena compiuti, Diego partì. Perth lo incantò da subito. Gli piacque anche la sistemazione che Da Passano gli aveva trovato, un appartamentino silenzioso e arioso, con un soggiorno da cui si vedeva il mare. Quando pranzava, poteva vedere tre scorci di mare e osservare le navi, le vele e gli immancabili ferri da stiro che comparivano a una finestra, scomparivano per qualche secondo dietro al muro e ricomparivano a ognuna delle altre due finestre. Se aveva ospiti, li faceva sedere davanti alle finestre: non può esserci vista migliore, diceva con orgoglio.

   Diego non avrebbe potuto desiderare una sistemazione migliore. Ci viveva, con il mare, ma dopo una giornata di lavoro gli piaceva guardarselo dalle sue Tre finestre, come chiamava il suo appartamentino, con lo stesso piacere con cui si può ammirare una donna di cui sei innamorato.

   Iniziò un periodo felice della sua vita, e questo, da buon ligure pieno di prudenza e di cautela, stentava ad ammetterlo persino a se stesso. Lavorava con soddisfazione, si era fatto molti amici naviganti, aveva conosciuto alcune donne che erano attratte dalla sua divisa di capitano, dalle sue origini italiane, dai suoi occhi scuri.

   Ogni tanto, improvvisa come un acquazzone, arrivava una folata di nostalgia. In quei momenti gli tornavano in mente le parole della loro insegnante d’italiano: voi siete destinati a girare il mondo. Giratelo finché volete, ma non dimenticatevi delle vostre radici.

   A Diego e ai suoi compagni di classe, la mitica quinta del Nautico San Giorgio di Genova e Camogli, sembrava una frase insulsa, tant’è che era diventata un ritornello utilizzato da loro solo per prendersi in giro.

   Non appena qualcuno parlava di un viaggio, c’era subito un altro pronto a dire: ehi, stai attento a non dimenticare le radici… e giù sghignazzate.

   Tutto il gruppo di amighi strêti, come amavano chiamarsi, fu promosso all’esame di maturità, 1966.

   L’evento che sconfisse ogni rigurgito di nostalgia fu l’incontro con un’australiana di origine italiana, Eveleen Ferrando: una bellezza timida, quasi celata nella semplicità e nell’eleganza dei tratti. Dopo un fidanzamento di sei mesi, si sposarono. Per il viaggio di nozze fu scelta, senza esitazione, l’Italia. Per alcuni giorni rimasero a Voltri, dove Diego era nato e dove avevano continuato ad abitare i suoi genitori, che accolsero Eveleen come una principessa. Subito dopo le presentazioni, Stefano si soffermò ad osservare la giovane sposa in modo minuzioso: lanciò a Diego una laconica occhiata di approvazione. Caterina invece fu prodiga di complimenti a Eveleen: lei, usando una delle tante espressioni in cui combinava con esiti incerti un ottimo inglese e un modesto italiano, trovò entrambi i genitori di Diego pieni di great charm. In effetti Stefano, viso abbronzato e qualche ruga profonda da vecchio marinaio, e Caterina, gote rosa e crocchia austera di capelli bianchi, formavano una bellissima coppia, come possono esserlo quelle che hanno speso bene, e insieme, le loro vite. Gli sposi andarono anche a trovare tutto il parentado, e alcuni dei vecchi amici di Diego organizzarono una serata in onore degli australiani. Lui ritrovò il gusto di parlare in dialetto con tutti, soprattutto con le vecchie, occasionali conoscenze di gioventù. Fece da guida a Eveleen per tutta Genova, i vicoli, il porto, la lanterna, la portò alle Cinque Terre, a Portofino e a Vesima, le acque più pulite della Liguria, come per anni gli aveva ripetuto suo padre, e dove Diego aveva imparato a nuotare.

   Fece percorrere a Eveleen la strada che faceva da ragazzo per andare al mare: scendevamo da via Buffa, attraversavamo l’Aurelia e dopo qualche gradino e il passaggio sotto un piccolo arco, superavamo i binari per arrivare alla spiaggia. Libera, manco a dirlo: allora di stabilimenti balneari, quelli che rubano la vista del mare, nemmeno a parlarne. Ma quando si trovarono sulla sua spiaggia, Diego rimase deluso: i lavori per la costruzione del nuovo Porto di Voltri avevano cambiato la fisionomia della zona e gli avevano, in un attimo, rubato i ricordi che per tanti anni erano rimasti intatti, e idealizzati, nella memoria.

   A cena si lamentò con i suoi: ah, disse, è cambiato tutto, era meglio se non andavamo alla vecchia spiaggia, che delusione. Ma c’è qualcosa che non è cambiato, replicò sua madre, e vorrei portarci Eveleen, aggiunse guardando con un sorriso d’intesa suo marito. E sarebbe?, chiese Diego poco convinto. Sarebbe, rispose sua madre compiaciuta, anzi è, la Villa Brignole  Sale Duchessa di Galliera.

   Fu una gita memorabile, soprattutto per Eveleen. La maestosità della villa, l’eleganza del grande giardino all’italiana, gli affreschi, il belvedere da cui si poteva godere un vasto e magnifico panorama, le rapirono lo sguardo e il cuore: continuava a ripetere tutti gli aggettivi del suo repertorio di bellezza: da meraviglioso a nice, da lovely a fantastico, ognuno accompagnato da esclamazioni di ammirazione. Ma il posto più interessante, disse Caterina a Eveleen prendendola sottobraccio, devo ancora fartelo vedere. Si diresse con passo sicuro verso il bosco. A Stefano, che stava seguendo sua moglie, cominciarono a sorridere gli occhi: Diego, tua madre è sempre stata romantica, disse.

   Ecco, Eveleen, proprio qui, disse Caterina fermandosi davanti a una panchina, il 15 agosto del 1945, era un mercoledì, Stefano mi ha chiesto di sposarlo.   Oh, ma è una storia bellissima, una beautiful story, disse commossa Eveleen abbracciando Caterina, grazie per avermi portato qua. In questa location straordinaria, non c’è una così in tutta l’Australia, in un posto così romantico, è impossibile rifiutare una proposta di matrimonio!    Quando venne il momento di ritornare, Diego fu preso da una lieve inquietudine. Approfittò dell’idea di sua madre di far vedere a Eveleen un’altra delle bellissime ville della zona, Villa Durazzo Pallavicini a Pegli, visita da cui Eveleen ritornò in estasi, al punto che per tutta la sera, vincendo la sua naturale ritrosia, parlò del Parco so romantic, del Tempio di Diana in mezzo a un lago verde, del giardino botanico e fece vedere a tutti le foto, indimenticabili.    Inventando anche la scusa di doversi occupare di alcuni documenti, Diego riuscì ad andarsene in giro da solo. Fece lunghe passeggiate in riva al mare, percorse tutto Corso Italia dalla Foce fino a Boccadasse, salì a godersi la vista di Genova da Castelletto. In un negozio di dischi comprò due CD con la canzone Ma se ghe penso, una cantata da Mina e una da Bruno Lauzi.

   Gli piaceva risentire il pezzo centrale, quello scritto per gli emigranti genovesi, incapaci di dimenticare la loro terra.

   Fu preso da una nostalgia languida, al pensiero di ripartire gli veniva un groppo alla gola, che cercava di tenere a bada. Eveleen se ne accorse, ma pensava si trattasse del dispiacere di lasciare i genitori. Sì, certo, anche quello. Ma era qualcosa di diverso: forse la nostalgia è la malattia del ritorno, la stessa di cui aveva sofferto Ulisse per dieci anni, prima di riuscire a mettere piede sulla sua Itaca. Sentiva che, una volta rientrato in Australia, ne avrebbe sofferto anche lui, di questa strana e persistente infezione dell’anima.

   Per tutta la durata del viaggio di ritorno sorrideva spesso a Eveleen: solo per nascondere il suo stato d’animo e apparire più contento di quanto non fosse in realtà.

   Due anni dopo ebbero un figlio, cui diedero lo stesso nome del padre di Diego. Proprio nell’anno in cui il bambino compì tre anni, i genitori di Diego morirono. La mamma, che da tempo soffriva di cuore, per un infarto, e nel giro di una settimana anche il padre, per una causa che i medici non furono in grado di identificare. E pensare che, pochi giorni prima di andarsene, l’aveva rassicurato, avrebbe pensato a tutto lui, la sepoltura della moglie e le carte dell’eredità. Diego rientrò subito in Italia per occuparsi delle necessarie e dolorose incombenze che la morte in genere, e quella dei genitori ancor più, porta inevitabilmente con sé. Ritornò a Perth con una tristezza che per un lungo periodo rimase stesa sui suoi occhi come un velo.

   Poi il tempo aveva ripreso a trascorrere con mitezza. Diego stava invecchiando bene, aveva acquisito un nuovo fascino, come accade a quelle persone autentiche nelle quali è scomparso ogni desiderio di apparire e ogni forma di narcisismo. Stefano cresceva sportivo e robusto come un giovane australiano, la carnagione e i capelli chiari della mamma, gli occhi scuri e lo sguardo serio del papà.

   Spesso Diego gli parlava della Lanterna e delle crôse, mi piacerebbe tornare a vivere laggiù, diceva. La morte dei suoi, invece di legarlo ancora di più alla sua famiglia e alla terra in cui abitava, aveva finito per rivitalizzare una persistente nostalgia. Ma Stefano, pur avendo per il padre una vera e propria venerazione, non lo prendeva sul serio, pensava si trattasse di un’idea senza importanza. Per Diego no. Si ricordava, e ogni tanto se lo andava a risentire, un pezzo di Ma se ghe penso, quello che descrive la nostalgia di chi non vuole arrendersi all’idea di morire lontano dalla sua terra d’origine: mi son nasciûo zeneise e… no ghe mòllo!

 

   E invece dovette mollare.

   La malattia arrivò con modeste avvisaglie ma si rivelò violenta come un tifone: un fastidio alla schiena, sembrava uno strappo muscolare, ma i dolori crebbero rapidamente, una, due, tre visite mediche, accertamenti di ogni tipo, una scintigrafia, un’ecografia, una TAC.

   Una diagnosi puntuale che due termini sconosciuti e ostili, glisioblastoma multiforme, descrissero in modo preciso e impietoso.

   Dopo pochi giorni Diego ebbe un colloquio con la morte.

   Un dolore violento e improvviso lo aveva svegliato alle due di notte. Andò in cucina e si versò un bicchierino di sciacchetrà. Sei sicura che tocchi proprio a me?, le chiese.

   Eh, sì, Diego, è arrivata la tua ora.

   Morte, certo che tu non fai un bel lavoro. Sei crudele e senza pietà, e poi arrivi nel momento sbagliato.

   Hai ragione, è un mestiere difficile. Ma io sono solo un’esecutrice. Cosa posso fare contro gli odi e la mitragliatrice? Ah, ho fatto anche la rima, senza volerlo. Non sono io che dichiaro le guerre, non io a far crescere sofferenze insopportabili o a organizzare esodi tragici, nemmeno faccio esplodere malattie incurabili. Non è colpa mia se il destino è più rapido dei sogni. Per quanto riguarda il momento sbagliato…

   Spostare l’ora più avanti, la interruppe Diego, manco a parlarne.

   Non si può ma tu, nella disgrazia, sei fortunato.

   Fortunato?

   Fortunato, sì, perché hai la possibilità di prepararti. Puoi stare ancora un po’ con tua moglie, con tuo figlio… a proposito, è venuto su un bel ragazzo, e anche bravo.

   Sì, rispose Diego con gli occhi lucidi, proprio un figlio come si deve.

   Tu puoi prepararti. Pensa, ci sono persone che muoiono di colpo e non hanno nemmeno il tempo di dire ciao, di salutare le persone care. Mi piace quest’idea che hai avuto di farti cremare qua, e poi di far disperdere le ceneri nel mare della tua giovinezza.

   Nel mio mare. Che periodo. Qualcuno degli amici, forse lo rivedrò?

   Non lo so, Diego, io sono la Morte, non sono l’Aldilà, io non so cosa c’è dopo. Io sono soltanto l’esattrice della vita.

   Credevo che sapessi tutto, tu!

   La gente mi sopravvaluta. Io so per certo che esiste una cosa, adesso ti dico una parola difficile, che si chiama impermanenza.

   Ho capito: che non resta, che muore. Certe cose si capiscono al volo.

   Un tizio, pensa, mi ha chiamato la Signora dell’Impermanenza. Gli uomini a volte sono strani. Diego, sai cosa puoi fare per il tempo che ti resta? Organizzarti bene. La cremazione, le ceneri in mare, l’abbiamo già detto, ma devi anche fare un bel discorso a tua moglie, dille quanto le hai voluto bene, Eveleen se lo merita, e a tuo figlio. Chiedigli se c’è qualcosa che vorrebbe fare con te. Pensa che bello. Poi un bel brindisi con i tuoi collaboratori, offri da bere a tutti, non fare lo sparagnino, mi raccomando. Vedi, questa è la tua ultima possibilità: lasciare di Diego Marini un’immagine come si deve. Così continuerai a vivere bene nel ricordo di chi ti ha conosciuto. Per i morti, questo è il modo migliore per sopravvivere, restare nei pensieri di quelli che ti hanno voluto bene, continuare a vivere nella loro memoria.

   Buone idee, le metterò in pratica. Devo sbrigarmi, però.

   È meglio. Ciao, Diego, mi ha fatto piacere parlare con te.

   Addio, Morte.

   Arrivederci, Diego, arrivederci.

   Stefano espresse il desiderio di andare per mare col padre, per un giorno intero, loro due soli. Al ritorno, sul molo, trovarono una ragazzina, molto carina, ad aspettarli.

   Papà, questa è Jasmine.

   Piacere, Diego.

   Piacere mio, disse Jasmine in italiano con un impercettibile inchino, forse intimorita dalla fama del capitano.

   Mentre si allontanavano abbracciati, Stefano si girò per salutarlo e Diego sollevò il pollice due volte, trattenne la commozione, sorrise e non lesinò neppure una specie di smorfia di approvazione.

   Eveleen ricorda ancora a memoria, mentre gli teneva le mani, le ultime frasi di Diego, dette con voce sempre più arrochita, la fronte rorida di una rugiada innaturale.

   Ho solo un grande desiderio, prima di morire, le ripeteva, sarai tu a dovermelo realizzare: le mie ceneri in mare.

   Io non volevo che continuasse, ricorda Eveleen, ogni volta non riuscivo a non piangere, ma lui insisteva, lasciami finire, diceva, e mi stringeva le mani, non piangere.

   Sai cos’è che mi dà forza?, mi chiedeva. Un pensiero. Il pensiero di avere avuto una moglie come te, un figlio come Stefano e la certezza che ritornerò nella mia terra… mi dà una strana sicurezza l’idea del ritorno, mi sembra una gran bella possibilità. Ma non sempre riusciva a concludere la frase. Altre volte riprendeva vigore: Eveleen, sai bene che voglio essere cremato qua, ma le mie ceneri, dovrai portarle in Italia e disperderle davanti al Nautico. Fatti aiutare da Stefano. Mi vêuggio ritornâmene ancon in zû… mi son nasciûo zeneise e… no ghe mòllo!, ripeteva sottovoce, accennando il motivo della canzone.

   Riusciva ancora a sorridere, quando parlava in dialetto.

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