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Miró

Julia e Alessandro sono i deuteragonisti del terzo racconto: il protagonista vero è un Cavalier King Charles Spaniel, di nome Miró.

Si tratta di un racconto breve, semi-serio, semi-erotico, semi-finito. Come potrebbe proseguire è lasciato all’immaginazione di chi avrà voglia e tempo di leggerlo.


Ci troviamo nel soggiorno di Julia e insieme stiamo guardando le foto della nostra visita alla reggia di Venaria Reale.

Ogni volta la stessa scena, in questo le donne si assomigliano. Le usuali lamentazioni: ah, come sono venuta male, questa cancellala subito, oh, no, a tradimento, questa me l’hai fatta a tradimento, e parallelamente: tu stai bene, guarda come sei venuto bene, molto riuscito.

E io, ogni volta, esagero in contro-obiezioni: tu sì che stai benissimo, guarda che profilo, io sembro più vecchio… finché arrivo alla solita conclusione ruffianesca: certo, di persona sei meglio, per mia fortuna. E così sono soddisfatte.

Con noi c’è anche il suo cagnolino, un tipo molto socievole, bianco a macchie marrone.

E questo?, le avevo chiesto la prima volta.

Cavalier  King Charles Spaniel.

Eh, ti pareva che tu potessi avere un cane qualunque. Quando hai finito di chiamarlo, è già scomparso. Un nome più semplice, no?

Ma no, aveva obiettato Julia divertita, quella è la razza. Lui si chiama Miró.

Complimenti, le avevo detto, in effetti qualcosa di surrealista, questo botolo ce l’ha!

Ogni volta Miró ricambia tutta la simpatia che io gli manifesto: anche oggi mi ha accolto nel solito modo, portandomi un bamboccio di pezza o un finto osso rosicchiato e bavoso, e subito dopo si è messo pancia all’aria, in attesa di coccole.

Smettiamo di guardare le foto e io mi rivolgo a Miró accarezzandolo: devo chiederti una cosa importante. Lo sai che hai una gran bella gnocca come padrona? Se ti piace, muovi la coda.

Julia, guarda, gli piaci moltissimo, esclamo con enfasi, guarda come la muove, più rapida di uno spazzolino elettrico.

   Stasera, tonto più del solito, eh?, interviene lei, in una mistione di leggerezza e ironia che la rende irresistibile.

   Ti piacerebbe avere una cagnina bella come lei, eh, vecchio porco? Guarda com’è contento all’idea, continua a muovere la codina in modo frenetico.

   Due parole su Julia: oltre a essere molto avvenente (a Torino, dove abita da tre anni, forse direbbero: nee che aiuta?), figlia di madre tedesca, bella donna, modello matronale, possiede la non frequente qualità di spandere desiderio sessuale (Tra parentesi, che rimanga tra noi, a me sembra una circostanza piuttosto rara per una tedesca). Senza che lei faccia niente per attrarre, né un’occhiata obliqua, né un gesto allusivo. Niente. Lei attrae, e non solo gli uomini, per la cronaca. Questa dote rimane un mistero, che la sua bellezza non basta a spiegare. Forse sono gli occhi, d’un azzurro intenso: parlano, sorridono e sono curiosi. Che lei sia una vestale di Eros, l’ho pensato spesso, perché c’è una forma di misticismo nella sua sensualità. La prima volta che la vidi, seduta con un’amica a un bar di Piazza San Carlo, mentre stava bevendo un caffé, restai imbambolato a guardarla, ma lei non mi degnò neppure di uno sguardo, nonostante io avessi anche cercato maldestramente di attirare la sua attenzione e mi fossi seduto a un tavolo proprio di fronte a lei.

La serata prosegue con un’occhiata distratta alla tele, poi ci sediamo sul divano, sfogliamo una guida della Sardegna, dove Julia vorrebbe trascorrere le prossime vacanze.

Alessandro, vuoi un po’ di musica?, mi chiede.

Sì, volentieri.

Julia ritorna e si siede accanto a me. Strauss, mi sussurra.

Oh, grazie.

Ora, prima di proseguire, voglio chiedervi una cosa. È vero che né l’amore, né il sesso hanno a che fare con la matematica ma adesso proviamo a fare insieme un gioco: mettete in fila le seguenti cose:

– una casa elegante;

– un divano sontuoso;

– una donna affascinante al vostro fianco;

– una bocca (della donna) leggermente socchiusa;

– due labbra come petali di rosa di una rosa senza spine;

– una musica romantica;

– una mano (della donna) che si appoggia sulla vostra gamba,

l’avete fatto? Bene, adesso fate una somma metaforica e rispondete: che cosa viene fuori?

Volete ancora una mano? Ok, vi aiuto con la moviola.

Avete cominciato ad accarezzarla, lei vi bacia, voi le sollevate i capelli e la mordicchiate sul collo, le sussurrate parole di miele, poi le prendete la mano con levità e la portate con dolcezza verso il vostro baldanzoso e impaziente centro di gravità.

A questo punto avete sicuramente indovinato (Lo spero per voi!).

Il risultato è indubitabile: un chinotto! No, no, non la bibita che andava di moda una volta. (La colpa di questo possibile malinteso semantico è di Paolo, un mio amico che l’ha sempre chiamato così, e l’epiteto, nella cerchia degli amici, ha avuto successo).

La risposta è univoca, risultato di una somma perfetta.

Ma, attenzione, adesso vi svelo un segreto inimmaginabile: il termine cui avete pensato non è riportato nei dizionari della lingua italiana. Io ho fatto un’apposita ricerca, in una sorprendente progressione di incredulità, su tutti i miei cinque dizionari. Non lo trovate. Ripeto: non lo trovate. Vi prego di credermi sulla parola. A parte che, diciamoci la verità, non ci sarebbe bisogno di cercarne il significato: se in quinta elementare un ragazzo o una ragazza non sanno che cos’è, gli fanno ripetere l’anno.

Concedetemi ancora due modeste e rapidissime riflessioni, poi torniamo a sederci sul divano:

   – viviamo immersi in una cultura di perbenismo letterario e di bigottismo semantico;

   – non siamo stati capaci di far tesoro della leggerezza con cui i nostri antenati latini parlavano liberamente, e con grande cognizione di causa, della fellatio.

Le labbra di Julia si aprono come petali di rosa, si avvicinano e iniziano la loro mistica terrena.

Il ritmico e benefico movimento è cominciato da poco, io mi appoggio allo schienale ospitale del divano, e mi lascio andare magno cum gaudio alla felice combinazione di pigrizia e godimento, quand’ecco che Miró, fino a quel momento disteso sul tappeto poco più in là, intento a rosicchiarsi l’osso, alza la testa come se rispondesse a un improvviso richiamo, molla l’osso e si avvicina scodinzolante.

Solleva la testa per osservare meglio la scena: avrà sentito l’odore del sesso oppure sarà solo geloso?

Vai via, gli grida Julia, interrompendo per un attimo la sonata ancora in re minore.

Miró non solo non le ubbidisce, ma con prontezza insospettabile si avvicina ancora di più a me e… trac, mi prende un polpaccio con le zampe anteriori e comincia, diremmo noi umani, a farselo.

Julia solleva la testa, vai via, gli grida, cercando senza riuscirci di dargli dei calci per allontanarlo.

Lui, niente. Si sposta solo un attimo, quando calciato, e riprende con lena.

Anche Julia ha ripreso puntigliosamente la sua sonata ma io comincio a sentirmi in imbarazzo – ho la vaga sensazione, non so bene perché, di essere un sandwich.

Scusa, non puoi infilarlo in un’altra stanza?, le chiedo.

No, risponde lei infastidita sollevando solo per un attimo la testa, perché mi cratta la porta.

Amore con cagnolino, mi ricorda qualcosa, ma in questo momento sono poco lucido, forse un famoso racconto di Čechov, ecco, sì, La signora col cagnolino. Ma è un’altra storia. Non mi sono mai trovato in un triangolo di questo tipo.

La scena prosegue ancora per un po’ nello stesso modo: Miró continua ad accanirsi sulla mia gamba, Julia cerca di allontanarlo senza desistere dal compito primario (in questo è davvero ammirevole!): solo a tratti s’interrompe per sollevare la testa e minacciarlo, ma senza successo.

Mica possiamo continuare con questo ménage à trois: l’idea di una triangolazione sessuale di questa natura mi fa sorridere, per cui il mio compagno di viaggio, notoriamente sensibile e anche suscettibile, si offende e nel tempo di due pedate a vuoto e di una minaccia inutile, manifesta la sua irritazione cominciando a diventare barzotto. Io cerco invano di rassicurarlo ma è troppo tardi, lui è offesissimo e prosegue inesorabile nel suo tristissimo declino, finché in pochi attimi subisce una deludente metamorfosi, assomigliando sempre più a un dattero rinsecchito.

Julia solleva la testa e osserva rammaricata il mio alter ego.

Si gira verso il suo Cavalier King Charles Spaniel: Miró, guarda cosa hai combinato!, grida indicandogli a distanza ravvicinata, e con l’indice punitivo, il mio mollusco invertebrato. Garda cosa hai fatto!, ripete. Cane cattivo!

Lui non sembra soffrire per il rimprovero, anzi continua più accanito che mai a infierire sul mio polpaccio.

Io allora lo sollevo sul divano, mettendo così in salvo il suo oggetto di desiderio ma lui persiste cercando invano di raggiungerlo. Julia si rivolge a Miró e gli dice, basta, non c’è trippa per cani. Alla sua involontaria battuta ma no, obietto divertito, si dice nun c’è trippa pe’ gatti, non per cani, e comincio a ridere, e allora anche Julia ride, ridiamo insieme, non riusciamo più a smettere, siamo in preda alla tipica ridarella studentesca: quanto più si cercava di trattenerla, tanto più diventava irrefrenabile.

Abbandono ogni velleità: anche se ogni cosa è rimasta al suo posto, è cambiata la scenografia o, meglio ancora, come direbbe il mio analista, è cambiato il setting.

Quando si accorge che non c’è più niente da fare, Miró diventa partecipe del nostro buonumore, corre di qui e di là, va a prendere il suo osso puzzolente per portarmelo…

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