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Parole a colori

Quando parliamo, oltre che suoni, diffondiamo anche colori? E qual è il colore delle parole? Il grigio di uno scompartimento ferroviario può, grazie all’ingresso di tre giovani donne, dissolversi per trasformarsi in un arcobaleno di colori?


 I colori, come i lineamenti,

seguono i cambiamenti delle emozioni.

(Pablo Picasso)

   Irrompono nello scompartimento come tre graziosissime furie, buongiorno, mi dicono entrando, buongiorno a voi, rispondo, mi sorridono, continuano a parlare tra loro, riempiono gli spazi liberi dello scompartimento (io ne sono l’unico occupante), sistemano i bagagli e si siedono, finalmente soddisfatte, un grande sospiro di sollievo, all’unisono, un ciclone buono.

   No, guarda, non mi va, obietta una giovane donna, piccola di statura, due occhi neri vivacissimi, un naso privo di timidezza, i capelli lunghi e scuri che le scendono fin quasi alle spalle. Poi non credo di avere nessuna foto all’altezza di nessun concorso.

   Sofia, perché sei modesta, insiste la più giovane delle tre, minuta, graziosa, i capelli tagliati alla maschio e due occhi azzurri pieni di curiosità. Non te lo diciamo per complimento, le tue foto sono originali.

   Io sono d’accordo con Elena, interviene la terza, hai già dato prova di essere brava, cosa ci vuole a prendere cinque foto, metterle in una busta e spedirla. Un giorno veniamo a casa tua e facciamo tutte le operazioni necessarie, non te ne accorgi neppure.

   Gabriella, ottima idea, dice Elena. Un’operazione di contrabbando, le cose belle come le tue foto, alcune sono meravigliose, te l’ho già detto, devono farsi vedere da tutti e non stare in gabbia.

   Sofia, la destinataria delle sollecitazioni, resta in silenzio, solleva le sopracciglia in segno di finta rassegnazione e rivolge lo sguardo a me, alla ricerca di un improbabile aiuto.

   Posso farvi una domanda?, chiedo in tono amichevole.

   Certo, risponde subito Sofia, forse con la speranza che possa iniziare una conversazione su un nuovo argomento.

   Qual era il colore di questo scompartimento prima del vostro arrivo?

   Gli sguardi di ognuna si spostano rapidamente a turno verso le altre due e dopo si soffermano su di me.

   Di quale colore?, chiede Elena.

   Sì, prima del vostro arrivo.

   Sofia mi fissa restando seria. Di quale colore poteva essere?, si domanda.

   Un aiuto?, chiede Gabriella anche se la sua è piuttosto un’espressione di sfida. Aspetta, lasciatemi pensare. Voi cosa ne dite?

   Pausa di pochi secondi.

   Ce lo dica lei, interviene Sofia.

   Entrando, avete avuto l’impressione di un colore prevalente?

   Non direi, risponde Elena.

   Va bene, sentiamo la risposta, dice Gabriella.

   Era grigio. Tutto grigio.

   E adesso?, chiede d’impeto Elena.

   Adesso è pieno di colori, rispondo lentamente. Ci sono i colori dei vostri occhi, il rossetto, i capelli, i visi, i denti bianchi, e quelli dei vostri vestiti, borse, anelli, certo. Ma sono state le vostre parole a trasformare il grigio di questo scompartimento e la tristezza, sua fedele compagna, in una realtà colorata.

   Le nostre parole, eh?

   Sì. Le cose possono cambiare da un momento all’altro, come le persone. In giro si vedono belle donne, ma a volte sono senza luce, mi sembra di percepirne la tristezza, un grigio esistenziale… ho l’impressione di avvertirli sulla pelle.

   Ma lei ha la pelle così sensibile?, chiede Gabriella.

   Se sono seduto al ristorante e si siede vicino a me una persona mai vista prima, a volte succede di trovarsi a fianco di sconosciuti, la mia pelle può percepire una sorta di negatività, si accorge subito che qualcosa non va, non è contenta e così, quando esco… se mi promettete di non ridere ve lo dico.

   Parola di girl-scout, dice Elena. Ok, dice Sofia. Va bene anche per me, dice Gabriella.

   … faccio una cabala, mi spolvero dappertutto.

   Davvero? E adesso come va?, chiede Gabriella.

   Meravigliosamente. La mia pelle è molto contenta di voi, ai miei occhi siete luminose, mi piace il vostro modo di muovervi, di discutere, di essere presenti ma soprattutto il vostro modo di comunicare, siete musica per le mie orecchie. Ma a rendervi ancora più luminose sono le vostre parole di allegria e di entusiasmo. Anche se non siete d’accordo sul concorso fotografico, avete parlato di bellezza, di foto degne di meraviglia: nessuno dei termini da voi usati è grigio, né potrebbe sopportare un colore meno che brillante. Quando ci lasceremo, me le terrò addosso…

   Mmh, ci sta prendendo in giro… ma lei li vede questi colori?, chiede Sofia.

   Più del singolo colore, mi sembra sia cambiata la tonalità della luce, l’atmosfera. Come quando arriva la primavera, ci accorgiamo aprendo la finestra che la natura ha assunto sfumature diverse, scopriamo nuances fino al giorno prima invisibili… questo scompartimento adesso è cromatico.

   Come guardare in un caleidoscopio, dice Gabriella, non si distinguono i singoli colori, ma ci si accorge che sono molti, si muovono e giocano tra loro. Ragazze, noi siamo portatrici di colori. Voi li vedete?

   Sì, risponde Elena. Io non so come e quanto fosse grigio lo scompartimento prima del nostro arrivo, però ora mi sembra di vedere colori dappertutto. E siamo noi ad averli portati. Un complimento originale.

   Grazie, le rispondo. Voi siete state un’onda che ha cambiato il colore dei sedili, erano di un grigio desolato, e del pavimento, era di un marrone esausto. Avete portato una nuova luminosità.

   Lei ci sta offrendo nuovi occhiali, un bel regalo. Scusi, mi chiede Sofia, posso farle una domanda personale?

   Certo, se mai l’impertinenza sta nella risposta.

   Il suo mestiere?

   Io sono un poeta mancato.

   No, scusi, non posso crederci, obietta Elena.

   Neppure io, dice Sofia.

   Beh, tanto mancato non mi sembra, interviene in modo puntuale Gabriella, ha fatto osservazioni poetiche.

   Grazie, lei è gentile. Ho risposto in senso metaforico. Avrei voluto fare il poeta, ma non è un mestiere, e di certo non si vive.

   E quindi?

   Sono un bancario.

   Un bancario?! Non posso credere nemmeno a questo, dice Elena. Ci sta di nuovo prendendo in giro.

   Al più, obietta Sofia, posso concederle di rispondere: faccio il bancario. È molto diverso dal dire: sono un bancario.

   Giusto. Lo so, è una risposta deludente. Avrei preferito rispondervi che sono un pittore, un creativo o un tagliatore di pietre preziose. Nella peggiore delle ipotesi, un imbianchino!

   Le ragazze ridono divertite.

   Oltretutto, l’imbianchino con i colori ci campa, aggiungo.

   Ormai ci siamo lanciate, dice Sofia: lei non ha la faccia da imbianchino né da bancario.

   E com’è la mia faccia?

   Una faccia non banale. Le sta rispondendo la fotografa.

   Vedi come sei brava, Sofia, hai l’occhio clinico, tu!, dice Elena.

   Un viso intrigante, non ho detto bello…

   Stia tranquilla, la interrompo, non mi sto facendo illusioni.

   Intrigante soprattutto per lo sguardo che si intuisce dietro gli occhiali da sole, se potesse gentilmente toglierseli. Oh, finalmente! E anche per la bocca atteggiata in modo naturale al sorriso, se vuole saperlo. È anche merito delle sue parole, se questo scompartimento è diventato un gazebo fiorito.

   E il bancario?, chiede Gabriella.

   Io sono laureato in comunicazione…

   Aaaah, dice Elena.

   Aaaah, le fa eco Sofia.

   Aaaah, dice Gabriella, stiamo giocando a poker, signor…

   Mi alzo in piedi e, con modi ossequiosissimi, porgo la mano a ognuna di loro. Elena, sono lieto di conoscerla, Adriano. Sofia, sono lieto di conoscerla, Adriano. Gabriella, sono lieto di conoscerla, Francesco.

   Francesco?

   Stavo diventando ripetitivo.

   Però, anche abbastanza spiritoso, il nostro bancario.

   Per giocare a carte scoperte, lavoro in banca ma non mi occupo di cose bancarie, sono il responsabile della selezione.

   Adesso i conti tornano, signor Adriano-Francesco, dice Elena assumendo un’espressione soddisfatta.

   Lasci perdere il signore.

   Giusto ma, scusi, non potremmo darci del tu?

   Certo, con piacere. Con questa richiesta, gentile Elena, hai scatenato il poeta che è in me. Conoscete la poesia di Prévert, Barbara?

   No.

   No.

   Sì, dice Elena, mia madre la conosce, a lei piace Prévert.

   Un famoso verso dice: Je dis tu à tous ceux que j’aime, io do del tu a tutti quelli che mi piacciono, e il verso precedente: Et ne m’en veux pas si je te tutoie, non volermene se ti do del tu, bellissimo il verbo tutoir, dare del tu, non c’è un verbo corrispondente in italiano.

   Adriano, dice Sofia, adesso sei tu a riempire di colori lo scompartimento. Com’è nato questo interesse per i colori?

   In fase di selezione si utilizzano test di vario tipo: per caso ho scoperto un libro originale. Si chiama Il test dei colori ed è utilizzato soprattutto per scopi terapeutici, noi in realtà non lo usiamo, però, ecco, mi ha fatto scoprire un mondo. È nata così la mia passione per i colori, mi interessano soprattutto in senso psicologico, diventano una metafora.

   Se ti diciamo il nostro colore preferito, tu ci fai il profilo?, chiede Gabriella.

   Neppure volendo. Se ognuna di voi mi dice il suo colore preferito, posso solo  dire cosa rappresenta quel colore.

   Dai, dai , dice Elena, comincio io.

   No, aspetta, prima scrivetelo o almeno pensatelo, altrimenti rischiate di influenzarvi senza volere. Appena siete pronte, partiamo. Ah, ditemi un colore classico, non colori strani, e nemmeno combinazioni di colori.

   Qualche secondo di attesa. Ok?

   Sono pronta, dice Elena. Il mio colore è il rosso.

   Gabriella?

   Il mio colore è il blu.

   Bene. Sofia?

   Giallo a tutto spiano.

   Benissimo. Allora. Il rosso è il colore dell’attacco e della conquista, in senso lato si può connotare come un colore eccitante, volto all’esterno. È un colore attivo, energetico. Se posso permettermi, Elena, dall’impressione che ho avuto di te, tu sei così.

   Mi ritrovo, sì, dice Elena compiaciuta. Rosso, spesso mi vesto di rosso.

   Gabriella. Il blu è il colore della quiete e della difesa, si caratterizza per un buon istinto di autoconservazione, è il colore della calma e della notte. Mi sembra si addica bene anche a te.

   Anch’io mi ritrovo. Per me sono importanti i momenti del riposo, la meditazione, la tranquillità.

   E infine Sofia. Il giallo è il colore del giorno e della speranza. Estroverso e anche investigatore…

   Ecco la fotografa, esclama Elena, bravo Adriano!

   … investigatore ed espansivo, ma anche interessato al proprio mondo, con tratti di selettività. Non tutte le persone le vanno bene, per lei deve valerne la pena.

   Selettività?, chiede a voce alta Sofia.

   Altroché, interviene Gabriella, non credere di essere così facile, tu prima guardi, scatti fotografie alla gente anche senza macchina, e poi decidi.

   Forse, commenta Sofia sorridendo appena, forse. In ogni caso, il gioco è riuscito benissimo, oggi abbiamo fatto un gran bell’incontro.

   Sono contento che vi sia piaciuto, d’altronde dicendomi il vostro colore preferito, è come se aveste fatto un’autodiagnosi…

   Adriano, dove scendi?

   A Genova Nervi.

   Bene, abbiamo ancora un’oretta da stare insieme. Ma stiamo arrivando alla Spezia, non vorrei che entrasse qualcuno, dice con sguardo d’intesa Elena, tirando le tende.

   Una persona si avvicina, dà un’occhiata all’interno dello scompartimento, poi passa oltre.

   È andata bene, sarebbe stato un peccato che quest’isola del piacere inaspettato, piena di poesia e di colori, venisse invasa da qualche bancario vero.

   Ridiamo tutti alle parole di Elena.

   Posso stare tranquillo?, chiedo. Tre a uno, con tutte le gallerie delle Cinque Terre.

   Gentile Adriano, dice Gabriella sorridendo dietro i suoi occhiali bianchi alla Lina Wertmüller, la tranquillità non è un vocabolo da poeti, scusa, e la tua non è una preoccupazione romantica.

   Giusto anche stavolta. Voi, l’una per l’altra, avete una conversazione impegnativa.

   Senti chi parla!, dice Sofia. Lo scompartimento colorato, la poesia di Prévert, il test dei colori. Però, te lo concediamo, tutto stimolante.

   E voi dove andate? E da dove venite? E, già che ci siamo, cosa mangiate?

   Veniamo da Ladispoli e andiamo a Genova, a vedere una mostra fotografica.

    Di chi?

    Di Sebastião Salgado, fotografo documentarista. La mostra si chiama Genesi ed è il suo ultimo grande lavoro sui danni che l’uomo riesce a fare alla natura.

   E dopo, dice Elena, andiamo a fare un giro al Porto Antico e a mangiare i pansòtti  col sugo di noci.

   Bel programma! E anche a fare qualche foto?, chiedo rivolgendomi a Sofia.

   Vedremo, la macchina l’ho portata.

   Mi dici che cosa ti affascina della fotografia?

   Sai, due anni fa ho partecipato a un corso, c’erano molti insegnanti, uno ci ha parlato del senso, quasi della filosofia che sta dietro la macchina fotografica. Ci ha anche consigliato un libro piuttosto difficile, ma bello, La camera chiara; qualche idea ho cercato di farla mia. Intanto, il miracolo della fotografia è riprodurre all’infinito quello che ha avuto luogo una sola volta. Mi è sembrata una considerazione su cui riflettere.

   Anche secondo me.

   E poi la circostanza che molti, quando sanno di essere fotografati, si mettono in posa, si atteggiano a immagine prima di diventarlo.

   È vero, a questo non avevo mai pensato.

   Brava la nostra Sofia, vero?, chiede Elena, avvicinandosi a lei e dandole un bacio sulla guancia.

   Davvero brava, confermo.

   C’è un’ultima cosa strabiliante: la fotografia cerca spesso di fotografare tutto quello che può sembrare notevole. Ma la grande magia funziona al contrario. Rendere notevole ciò che fotografa.

   Queste cose, a noi non le hai mai dette, protesta Gabriella. Ecco che viene fuori il tuo giallo.

   Ma se vi ho fatto decine e decine di foto in tutte le posizioni, non fare la gelosa, adesso.

   Scusa, Sofia, le chiedo, se fotografi me, tanto per fare un esempio a caso, anch’io divento notevole?

   In via teorica, sì, poi dipende dalla qualità del risultato finale. Un’ultima cosa: senza dubbio, la macchina fotografica è una licenza di furto.

   In molti paesi, dice Gabriella, le persone non si lasciano fotografare perché, dicono, gli rubi l’anima. Sono culture animiste.

   Io l’ho sperimentato in Marocco, a Fez, continua Sofia. C’era una signora seduta a terra, stava chiedendo l’elemosina, con tre bambini intorno, bellissimi, sorrisi stupendi. Io avevo un sacchetto di quelle loro caramelle tipiche, lunghe, colorate, dolcissime, già alla terza ti nauseano tanto sono zuccherine, e allora mi sono avvicinata alla madre e ho fatto il gesto di poterle dare ai bambini. La madre ha approvato e i bambini le hanno prese, sorridenti, felici, e dopo ho anche dato venti o trenta dirham alla madre che continuava a ringraziarmi. Stavo allontanandomi quando ho pensato di fare qualche foto a quel gruppo familiare così gioioso, nonostante la povertà. Come la madre ha visto la macchina fotografica, ha cambiato espressione, ha cominciato a fare gesti di diniego, a gridare in modo minaccioso, e con lei altre donne vicine, io ho subito posato la macchina nell’astuccio, mi sono scusata e mi sono allontanata dalle loro voci che ancora mi inseguivano.

   Tornando al nostro Adriano, dice Elena rivolgendosi a me, ecco che da buon poeta diventa anche narciso. Se glielo chiedi in modo poetico, Sofia ti fa un servizio seduta stante, ne sono sicura. Non è vero?

   Dipende da come me lo chiede.

   Facciamo così: io racconto alla nostra fotografa reticente un piccolo episodio: se lei rimane soddisfatta, il servizio lo fa, altrimenti niente. Mi fido della sua opinione.

   Va bene, dice Elena, sentiamo il racconto per sedurre Sofia.

   Premessa: da buon dilettante, scrivo racconti e poesie. A un mio compagno di università, Enrico, insegnante di italiano in un liceo classico, ho dato da leggere qualcosa. Lui mi ha proposto alcuni suggerimenti e mi ha chiesto: Adriano, perché non lo mandi a qualche concorso? Ammetto di essere un po’ narciso, ma voi conoscete un aspirante scrittore che non lo sia? Io gli ho risposto: non ci penso nemmeno. Fai male, ha detto lui, nessuno scrive solo per se stesso, è sano e legittimo avere un desiderio di riconoscimento. E la cosa sarebbe finita lì, io continuavo a scrivere, lui a commentare, sennonché un giorno mi ha detto: ieri ho mandato le tue poesie a un concorso letterario. Enrico, ma non puoi spendere il mio nome, scusa, mi vuoi rovinare quella poca reputazione che mi è rimasta, stavo davvero per arrabbiarmi, ma lui, tranquillo: ho usato una pseudonimo. Ah, uno pseudonimo. Primo premio: 350 euro, secondo 200, terzo 100. Se vinci, vado io a ritirare il premio e mi tengo pure i soldi, va bene?

   Hai vinto?, chiede Elena con impazienza.

   Secondo premio. Dopo aver rivelato il mio nome, sono andato di persona a ritirarlo, contento come una Pasqua; è venuto anche Enrico, grigliata di mare e Vermentino la sera stessa per festeggiare.

   Morale?, chiede Sofia.

   La morale me l’ha suggerita lui: quello che ci frega non sono tanto le ambizioni, quanto le ambizioni di modesta caratura. Ambire vuol dire aspirare a qualcosa di elevato. Perché non aspirare a qualificarsi, a vincere per qualcosa di cui vale la pena? Non solo non c’è niente di male, anzi c’è molto di bello. Mi sono anche emozionato quando mi hanno fotografato.

   Mi sarebbe piaciuto vederti, dice Elena.

   Anche a me, fa eco Gabriella.

   La nostra parte creativa, è sempre Enrico che parla, ha bisogno di essere alimentata, il benessere arriva dal fare il nostro dovere, certo, è una faccenda importante, ma il piacere deve essere assecondato e nutrito dai desideri. Quelli che non riusciamo a realizzare, prima o poi procurano infelicità e anche qualche bella nevrosi.

   Quanti desideri non realizzati, nel mondo!, esclama Elena.

   Sì. Parlo di desideri veri, non voglie o capricci: facendo fotografie o scrivendo poesie entriamo nella dimensione estetica e alleggeriamo quella etica che spesso ci investe fin troppo, tra regole, obblighi e divieti.

   Convincente il tuo amico, approva Gabriella.

   Insiste sempre sulla bellezza. In qualsiasi forma si esprima, letteraria, artistica, la bellezza deve circolare nel mondo, questo l’ha detto anche Elena poco fa riguardo alla fotografia, deve invadere le città, le case, le scuole e contrastare quello che vediamo ogni giorno di orribile, deve ingaggiare una lotta quotidiana contro la fiumana di avvenimenti tragici e osceni. Io mi fido dell’opinione di Elena e di Gabriella, se dicono che le tue fotografie meritano, aggiungo rivolgendomi a Sofia, meritano: di muoversi, uscire dalla tua macchina dove le tieni prigioniere. Loro per prime, ne sono sicuro, desiderano essere viste, osservate, prese in considerazione.

   Giusto, interviene Gabriella, considerare deriva dal latino sidus, e significa stare con le stelle.

   Lei è insegnante di lettere e grande etimologa, mi sussurra Elena compiaciuta.

   Allora le parole per te sono una passione, le dico.

   Una grande passione. Sofia, il responso?

   Per qualche lungo attimo, si sente solo il rumore delle ruote. È un silenzio strano, come se anche il treno stesse aspettando una risposta.

   Sofia mi fissa a lungo. Va bene, ti sei guadagnato il servizio.

   Evviva, prepariamoci, veloci, perché tra poco Adriano deve scendere, grida Elena, sì dai, dice Gabriella alzandosi a prendere la macchina fotografica.

   Io resto fermo. E poi?, chiedo a Sofia.

   E poi cosa?, mi chiede a sua volta, sguardo intenso.

   Hai capito benissimo, rispondo. Se no, è come se avessi parlato al vento.

   Ma noi, sbotta lei, perché siamo finite proprio in questo scompartimento, non lo so!

   Continuo a fissarla con il mio miglior sorriso, senza parlare.

   Va bene, capitolazione su tutta la linea. Parteciperò a un concorso, va bene.

   Elena si alza e bacia Sofia, poi bacia anche me, che mi sono alzato per prepararmi, lo stesso fa Gabriella, io guardo Sofia che in punta di piedi (sono alto un metro e ottanta, lei all’incirca un metro e sessanta) mi bacia le guance con una lentezza godibile.

   All’opera, dunque!, esclamo. Ci vorrebbe una rapida sistemata del modello, una veloce messa a punto.

   Adesso l’unica cosa che conta è la messa a fuoco e poi, scusa, non si può fare niente per i tuoi occhi, solo cercare di scoprire cosa c’è dietro. Una grande fotografa, Diane Arbus, ha scritto: ci sono cose che nessuno riesce a vedere prima che vengano fotografate.

   Sono pronto.

   Anch’io. Sofia impugna la macchina fotografica con sicurezza. Non metterti in posa, continua a parlare come prima, raccontaci qualcosa di stravagante, sorridi, mi dice continuando a scattare, guarda verso il finestrino, guarda Gabriella, adesso guarda Elena, falle gli occhi dolci, poi guardala con odio, accarezzati i capelli, una mano davanti alla bocca, stupisciti, riesci a diventare triste? ti sei messo a ridere, riesci a ridere? almeno a sorridere? ecco, adesso sei diventato triste, bravo, ti sei ricordato di una cosa importante, ora hai appena saputo di aver vinto un concorso letterario, adesso fissa bene l’obiettivo, mettiti in posa come Proust, immagina di scrutare qualcosa in fondo al mare, in fondo, un abisso profondissimo, guarda il panorama con aria estasiata, rattristati ancora, tra poco dovrai lasciarci, commuoviti, adesso pensa a un arcobaleno… finito.

   Ma questa è una professionista!, esclamo.

   L’avevamo detto, sottolinea Gabriella.

   Ragazze, siamo già a Genova Nervi, dice Elena.

   Dammi la tua mail, dice Sofia.

   Ti do il mio biglietto.

   Oh, sì, grazie. Carino questo elicotterino rosso! Ragazze, guardate, bellissimo!, esclama Sofia, facendolo vedere alle amiche.

   Ai poeti piace volare, eh?, chiede Gabriella.

   Sì, almeno provarci. Sapete cosa vi dico? Non ricordo un viaggio piacevole come questo, c’è di che scrivere un racconto.

   Fallo, davvero.

   Oh, sì, scrivilo!

   Abbracci, sorrisi.

   Devi già scendere, che peccato, dice Elena sbuffando.

   Sarò col pensiero insieme a voi a Genova. Buon viaggio, buona fortuna. Grazie.

   Quando sono ormai in piedi e sto uscendo dallo scompartimento, mi giro, mi è arrivata la parola, grido, la parola giusta per voi non è splendore, è splendenza: voi avete portato in questo scompartimento la splendenza.

   Bellissimo questo termine. Senti, come potresti chiamarlo il racconto?, chiede Elena.

   Non so, cosa proponete?

   Vediamo. I colori delle parole? , chiede Gabriella.

   Lo scompartimento colorato, dice Sofia.

   In viaggio tra colori e parole, dice Elena.

   Se vi viene in mente un bel titolo, mi raccomando, mandatemelo con le foto.

   Scendo dal treno e mi fermo sotto il finestrino dietro al quale tutte e tre mi salutano; scrivilo, dice Elena mimando il gesto dello scrivere, Vi scriverò, Vi descriverò, sillabo a bocca aperta, ma Gabriella mi fa segno di aspettare, l’ho trovato, grida, io la guardo incuriosito, il treno ha cominciato a muoversi mentre lei, accompagnandosi con i gesti propri di un direttore d’orchestra, scandisce al rallentatore: Parole a colori. Hai capito? Sì, rispondo approvando con la testa e mandando un bacio in direzione dei loro visi sorridenti, che il treno si sta portando via dietro i riflessi vitrei del finestrino. Sì, mi piace Parole a colori.

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