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Sguardi segreti a Boa Vista

Lo sguardo che parla, sguardi geometrici che giocano, corpi che mutano, in un rinvio continuo di seduzioni carsiche e speranze aurorali, desideri e promesse che vivono in un imprevisto e capriccioso ricciolo di tempo.


La prima volta che la vide, rimase incantato a fissarla.

La fissò senza sorridere. La fissò, e basta.

Però i suoi pensieri cominciarono a correre come antilopi in fuga, a correre dietro alla fantasia e a farsi domande.

Chi mi ricorda? Che cosa mi ricorda? Questa donna è una visione, un sogno o un archetipo?

Rimase immobile, lo sguardo incatenato al suo viso. Un viso bellissimo, un viso difficile da immaginare. Una bellezza fiorente.

Non sembrava reale, piuttosto un miraggio. Esiste una bellezza universale, che non ha appartenenza, che potrebbe essere descritta solo con parole perfette, ancora da inventare.

Lei, inaspettatamente, sorrise. Come si può sorridere a un amico ritrovato o a una persona amata. Gli occhi le si illuminarono, le labbra si dischiusero appena.

Allora lui si riebbe, e si rese conto che di fronte aveva una donna reale. Una donna in carne e ossa, a pochi metri da lui. E gli aveva sorriso.

Lui era seduto a un tavolo, stava pranzando, e non era solo.

Lei era distante pochi metri , aveva finito di parlare con il maître, e adesso si stava avvicinando. Per il breve tratto che ancora li separava, mantenne acceso un lievissimo sorriso, fin quando gli passò di fianco, lasciando dietro di sé un alito di vento e inseguendo la sua leggerezza.

In quei lunghi attimi nacque l’infatuazione, che cominciò ad ardere nei loro occhi.

L’inizio si era compiuto. Ma dove era avvenuto? Nello sguardo di lui o in quello di lei?

Entrambi sapevano che la seduzione visiva è la più intensa.

Lo sguardo è il primo messaggero di ogni seduzione. Lo sguardo sorridente di lei che si era posato su di lui e lo sguardo stupito di lui che era rimasto abbagliato dalla comparsa di lei, furono qualcosa di inaspettato e incontrovertibile.

Lei sorrise a se stessa pensando che il desiderio trova proprio nello sguardo, il famoso ‘strale che parte dall’occhio’, la sua egregia collocazione. E volò via.

Ma la sua figura, il suo viso e il suo sorriso rimasero impressi nella retina degli occhi di lui, decisi a trattenere tutto, l’insieme e i dettagli, occhi diventati l’umano diaframma di una macchina fotografica.

Due giorni dopo, i loro sguardi si incrociarono al ristorante capoverdiano.

Lui la vide per primo, seduta a pochi metri di distanza, mentre il cameriere stava facendo strada verso il tavolo prenotato, che si trovava in posizione perpendicolare rispetto a quello di lei. Che in quel momento stava parlando con una donna anziana, seduta di fronte.

Lì per lì lui non trovò niente di meglio che restare in piedi, era la posizione che le avrebbe permesso di vederlo con più facilità. Inventò una scusa per parlare con il cameriere e restare ancora in piedi.

Come rispondendo a un richiamo telepatico, lei di colpo si girò e lo vide. Sollevò le sopracciglia per la sorpresa, e subito sorrise, alzando una mano in segno di saluto. Lui aspettò il momento opportuno e a sua volta sorrise, quasi di compiacimento, puntò l’indice della mano in alto, e l’indice diceva: Sei proprio tu! Anche il sorriso parlò e disse: Sei incredibilmente bella! Sei ancora più bella di come ti ho pensato da quando ti ho incontrata.

Fu una serata di sguardi gettati in avanti, su un possibile futuro. Sguardi di incertezze, di domande mute, di allusioni desiderate, di pensieri indecenti. Sguardi capaci di manifestare il loro intendimento. Per l’intera serata vissero entrambi nello sguardo dell’altro.

Fu un tempo di vicendevole gratificazione, fu un appagamento reciproco che si autoalimentava, reso ancora più intenso e intrigante dall’impossibilità di potersi manifestare apertamente. Che cosa c’è di più penetrante e seduttivo di uno sguardo in tralice?

Ogni loro sguardo divenne un pretesto per un’ipotesi, un invito, e ogni tacita promessa un’anticipazione posata lì davanti, una farfalla su un fiore. La possibilità di immaginare nuovi desideri.

Ebbero anche la conferma di ciò che entrambi sapevano benissimo, che nell’universo della seduzione lo sguardo è re.

Per un destino bizzarro, i ristoranti divennero i territori prediletti dall’infatuazione. Si ritrovarono al ristorante asiatico.

Lei era a un tavolo con altre tre persone (una di queste era la stessa signora anziana, ancora seduta di fronte a lei). Lui non si era accorto della sua presenza quando era entrato, la vide soltanto dopo, dopo che si era alzato per andare al buffet. Allora si inventò un percorso più lungo e tortuoso per passarle di fianco.

Quando le fu vicino, lei, come se avesse percepito per una rinnovata magia la sua presenza, sollevò di scatto la testa e pronunciò un Oh! di meraviglia, quasi di gioia, cui seguì un sorriso smagliante.

Lui rallentò, fece un lieve inchino accolto dagli occhi di lei con uno sguardo di complicità. Poi con lentezza passò oltre e ritornò a sedersi al suo tavolo.

Dalla posizione in cui si trovava, riusciva a vederla di tre quarti, a vederla parlare, mangiare, sorridere e, soprattutto, poteva vederla bere. Guardarla bere lo erotizzava. Lei sollevava lentamente il bicchiere, lo teneva davanti al viso come quando si sta facendo un brindisi, chinava appena la testa con un cenno di assenso, quasi a volersi assicurare che la sua intenzione di brindare a lui e con lui fosse stata ben compresa, e solo dopo con meditata lentezza portava il bicchiere alle labbra, beveva un piccolo sorso, e infine assentiva con un piccolo movimento del capo.

Le parole parlano, certo. Ma i gesti parlano ancora di più, parlavano il viso e il corpo di lei. Chi seduce si dota, a volta a volta, di un corpo diverso.

E il corpo di lei gli stava dicendo: Guardami. Non vedi come cambio per te? Come cambia il mio viso, com’è diverso il mio sorriso, i miei gesti, come diventano contenti i miei occhi, di fronte a te?

Questo brindisi segreto è solo per te, ecco che cosa voleva dire la sua sapiente operazione che gli ricordò le liturgie dei sommelier. Sono certa che tu l’abbia apprezzata, carissimo sconosciuto. La nostra intesa mi dà una strana contentezza, la complicità senza parole è la complicità che parla di più.

Lui amò profondamente lo spettacolo che lei gli stava offrendo, e s’inorgoglì del piacere che gli derivava dall’interpretazione dei gesti di lei.

Adesso stava provando una sensazione nuova: l’intesa con una donna mai incontrata, con la quale non aveva scambiato una parola, della quale non aveva sentito la voce (se si esclude quell’Oh! di meraviglia, che non era stato sufficiente a rivelare la voce di lei, se è vero che una vocale non basta a farsi un’idea anche vaga della voce di una persona), della quale non era neppure in grado di scoprire la nazionalità. Oltretutto si trovavano a Boa Vista, nel resort di una catena alberghiera dalla clientela internazionale.

Il pranzo stava finendo. Dovevano ancora scegliere il dessert. In quel momento in lui si accese la speranza, improvvisa come una fiamma alchemica, che anche lei si alzasse per lo stesso motivo in modo da trovarsi vicini, fianco a fianco, lungo il bancone dei dessert. Ma lei non si accorse di nulla e lui, dopo aver circumnavigato per due volte il bancone, si era visto costretto a tornare al tavolo e a consumare il suo crème caramel al caffè.

Non solo il pranzo, anche la serata stava ineluttabilmente finendo.

Mentre lei parlava con i suoi commensali, a lui non restò altro che alzarsi e avviarsi all’uscita. Con innaturale lentezza percorse pochi metri, poi rallentò ancora e si girò, lo sguardo rivolto al tavolo di lei. Che lo vide. E come lo vide in piedi, diretto verso l’uscita, il suo viso assunse un’espressione di sorpresa mista a rammarico, subito rimpiazzata da un sorriso vertiginoso che lo abbagliò, un sorriso che superò la volta della stanza e raggiunse in un attimo il cielo pieno di lapislazzuli azzurri.

Si devono onorare gli astri, pensò lui. Sia quelli che hanno brillato quando siamo nati, le costellazioni che hanno gettato il loro sguardo stellare – e distratto? – sulla nostra impresa di stare al mondo, sia quelli di cui improvvisamente una sconosciuta, dotata del potere divino della bellezza, ci fa dono.

Lei tese in alto, verso quel cielo appena inventato, il braccio e la sua mano si aprì come un’orchidea, simbolo di richiami amorosi: se questo è un addio, di te mi resteranno questi attimi di complicità, attimi che avrebbero potuto essere un inizio e sono rimasti un sogno, una speranza o un rimpianto.

Poi con uno scatto la sua mano si chiuse, come se avesse voluto afferrare qualcosa e tenerlo stretto: non ti dimenticherò, puoi esserne certo, terrò per sempre con me il ricordo dei tuoi occhi scuri e di ogni possibile immaginabile, lo terrò stretto nel mio pugno come una promessa, se è vero che anche i mortali, non solo gli dèi, possono promettere per ciò che di immortale c’è nelle promesse consacrate dagli sguardi.

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