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Un matrimonio in tempo di guerra

Il secondo racconto è un amarcord (e una storia vera). In occasione della festa per i suoi ottant’anni, una signora elegante e ironica racconta alla giovane nipote le vicende che ruotano intorno al suo (contrastato) matrimonio, celebrato in tempo di guerra.


La storia del mio matrimonio? Cara Alessandra, alle otto precise del 20 marzo 1942, invece di andare a lavorare, ho inforcato la mia Celestina e con il cuore in gola sono volata a sposarmi nella chiesetta di San Giovanni Bosco. La storia del mio matrimonio è tutta qui.

Alessandra si trova nel grande e arioso soggiorno della casa di sua nonna Margherita, pieno fino a poco fa di abbracci, stupore, nostalgia, risate e qualche lacrima. Si sono ritrovati i parenti, proprio tutti, come non succedeva da tempo, per festeggiare i suoi ottant’anni sotto il cielo.

Pranzo, fotografie, torta con otto candeline, la nonna austera nel suo vestito chiaro, i capelli raccolti a chignon.

Sono le cinque passate. Ormai, nel soggiorno, sono rimaste solo lei e Alessandra, sedute sulle due poltrone a righe verde e oro, vicino alla vetrata da dove entra la luce tiepida di fine estate, ravvivata da sfumature ocra che i mobili riflettono.

Lo sguardo di Margherita ha conservato la fierezza che l’ha accompagnata per tutta la vita: il tempo ha compiuto il suo dovere con carezze benevole senza turbare la sobrietà e l’autorevolezza della sua persona. Solo il viso, grinzoso come foglie d’autunno, e le mani ormai scarnite, trasparenti, attraversate da vene bluastre, hanno dovuto cedere senza remissione all’invecchiamento, ma il fisico eretto e il corpo magro emanano vitalità. Sono le tracce di una personalità che non si è inchinata alle offese degli anni.

Adesso non più, ha compiuto da poco quattordici anni, ma Alessandra da piccola si sentiva in soggezione. Poi, pian piano, ha imparato a sciogliersi e a sorriderle: l’affetto l’ha avuta vinta sulla timidezza.

Oh, finalmente siamo rimaste sole. Nonna, è da molto tempo che voglio chiederti una cosa, forse già la immagini.

Sentiamo.

Mi racconti la storia del tuo matrimonio?

Te ne ha parlato il papà?

Sì, mi ha accennato qualcosa, stava iniziando, poi si è interrotto e ha detto: è meglio se te lo racconta lei.

Non ho mai voluto raccontare tutta quanta la storia del mio matrimonio, dice Margherita, forse per rispetto a mio padre, tuo bisnonno Domenico, che non ci ha fatto una gran figura. A te, in modo riservato, dice fingendo di minacciarla con l’indice puntato in alto, posso raccontarla con tutti i dettagli. Che poi, aggiunge, è il segreto di Pulcinella… Prima, però, rilassiamoci e festeggiamoci per bene noi due. Ti do una bibita, un’orzata, un tamarindo.

No, preferirei una cosa calda.

Un tè? Vuoi che ti prepari una cioccolata?

Oh, sì, grazie.

Margherita si alza e si avvia verso la cucina.

Nonna, ti aiuto?

Sì, prendi qualche dolcetto, anche se oggi abbiamo mangiato abbastanza. Ci sono i baci di dama e anche gli amaretti di Gavi.

Le piace osservare sua nonna mentre prepara la cioccolata. Adesso sono tornate a sedersi in poltrona e Alessandra la sta gustando.

Domani pomeriggio voglio provare a prepararmela da sola, dice.

Allora, hai capito qual è il segreto più importante?

Sì, mescolare piano il latte tiepido mentre si versa la cioccolata in polvere, girare lentamente con un cucchiaio di legno, alzare il fuoco pian piano. E non avere fretta.

Brava. Le cose che ci prepariamo da soli sono più buone. La prossima volta che vieni, t’insegno a fare lo zucchero caramellato.

Nonna, a te piacciono i dolci?

Sì, molto, ma il medico non vuole. Ti pare che io, alla mia età, possa dare retta al medico? Era un caro amico di Tino… ormai è in pensione, ogni tanto arriva senza preavviso per vedere come sto. Che poi è così noioso, la pressione, il colesterolo. Un ciccione!

Così dicendo, Margherita posa il bicchiere di amaro che tiene in mano, si alza, allarga completamente le braccia e gonfia anche le gote.

Alessandra ride mentre sua nonna finge di avanzare traballando in mezzo alla stanza.

In pratica una botte che cammina. E ogni volta che viene, gli devo offrire anche un whisky, è uno scroccone! Lui sì che non dovrebbe bere. E vuole che io stia a dieta. Ma non mi vede, magra come sono! Adesso, alla faccia sua, mi bevo anche questo bel bicchierino per digerire tutto quello che ho mangiato oggi. Questo è l’amaro dell’Abbazia delle Tre Fontane di Roma.

Nonna, tu sei magra, vorrei esserla io come te.

Alessandra, tu stai benissimo così. Ma io medicine non ne prendo più, basta, solo la pastiglia per la pressione, la stessa che prendeva Tino.

Margherita si avvicina a un ripiano della libreria, prende in mano la foto di un signore elegante, capelli bianchi, viso sorridente, sguardo ammiccante. Una foto che possiede quella patina di lucentezza pallida che l’immaginazione di chi guarda attribuisce ai ritratti delle persone scomparse.

Stava ancora bene qua, vero?, dice mostrando la foto ad Alessandra. Siamo a Verona, è l’ultimo Verdi che abbiamo visto insieme.

Ti manca molto il nonno?

Beh, sì. Anche se sono riuscita a conservare tutta la sua presenza dentro di me. Quando è morto, per un certo periodo non volevo vedere nessuno, poi mi sono accorta che non si può vivere di ricordi. Si corre il rischio che si allarghino, e invadano il futuro. Per vivere, o per sopravvivere in modo decente, via via che gli anni passano, occorre addomesticarli, e darsi da fare, dotarsi di nuove… come dire, astuzie. Per me la salvezza sono stati i fiori e soprattutto i tarocchi: non fosse stato per loro, sarei rimasta sola.

I fiori del giardino sono proprio belli. In che senso saresti rimasta sola?

Ho cominciato a fare dei piccoli vasi e a mandarli ai parenti, ai vicini. Poi la voce si è diffusa, e qualcuno che non conoscevo neppure ha cominciato a richiedermeli. E così sono diventata una fiorista molto conosciuta anche se non autorizzata. Per le feste, anche per i compleanni e gli onomastici, c’è sempre qualcuno che ne ha bisogno e siccome non voglio soldi, mi portano ogni volta qualcosa. La casa ha cominciato a riempirsi di gente.

E i tarocchi?

I tarocchi sono un’eredità che mi ha lasciato mia madre Adriana. C’è un sacco di gente che viene a trovarmi per farseli leggere, sai, anche se io non faccio vere e proprie previsioni come faceva lei. Non voglio regalare illusioni, mi limito ad ascoltare le speranze e i sogni della gente. Se si avverano, bene, se non si avverano, cerco di consolarli tutti, i miei clienti. Sai qual è la cosa strana? Spesso, mentre faccio i tarocchi, raccolgo confidenze. Poi, la volta successiva, quando ripeto più o meno le cose che mi hanno detto loro stessi, si stupiscono. Davvero, mi dicono, è proprio così! Le persone hanno voglia di sognare, si aspettano miracoli, si capisce perché in tanti sono ingannati. L’anno scorso, con la storia del mille e non più mille, sapessi quante persone arrivavano piene di timori… Agli occhi di quelle più ingenue – sono quasi tutte donne –, sembro una maga. Anche se io mi sono convinta che i tarocchi non sempre hanno a che fare con il destino: il de-stino è scritto nelle loro teste, nei loro cuori, anche negli occhi. Te ne accorgi subito, ci sono quelli che hanno un’idea chiara, sicura, positiva della vita, altri che, come entrano, vedi che sono destini di seconda scelta, pronti a ripetere gli stessi errori. Ma di cosa stavamo parlando?

Delle medicine che non vuoi prendere.

Ah, già. Lo sai a chi fanno bene soprattutto le medicine? Alle case che le producono e ai farmacisti che le vendono!

Nonna, fai i tarocchi anche a me? Dopo però, prima raccontami del matrimonio.

Altroché, fammi solo mettere comoda.

Sì, sì, grazie, che bello, dice Alessandra mentre si accovaccia sulla poltrona, lasciando vedere due gambe pienotte, ben tornite e lievemente abbronzate.

Margherita la osserva: gli occhi azzurri, i capelli chiari, la pelle fresca, una lievissima peluria dorata, il viso ovale. Mia nipote ha i colori di un’albicocca matura, pensa.

Io e tuo nonno Agostino ci siamo conosciuti sul lavoro, eravamo nello stesso ufficio, era il 1941. Mio padre aveva saputo che alla contabilità dello spaccio delle Ferrovie cercavano una segretaria. Ne avevamo parlato in casa, io avevo fatto il mio bel colloquio con il capo, il ragioniere Ferretti, uno così pignolo non l’ho mai conosciuto in vita mia, e pochi giorni dopo sono assunta. Ero tesa, eh sì, mio padre mi aveva detto: questo è un ufficio di soli uomini, mi raccomando, comportati bene, non farmi fare brutta figura.

Alessandra spalanca gli occhi: Ti ha detto proprio così? Di non fargli fare brutta figura?

Sì. Te lo ricordi il tuo bisnonno, vero? A volte, quando parlava, sembrava che desse degli ordini.

Sì, mi ricordo anche che da bambina mi spaventava. Mi chiedeva della scuola, come andavo, se mi trovavo bene. Poi con quegli occhi terribili mi diceva: Non studiare, mi raccomando, non studiare! Io non capivo che scherzava, lo guardavo in silenzio, mi metteva quasi paura.

Ci credo. Quel giorno, riprende Margherita, ero emozionata, avevo vent’anni, era il mio primo giorno di lavoro, lavoro per davvero, non come quello dallo zio Antonio quando tenevo i conti del suo negozio. Da lui era diverso, eravamo in famiglia. Poi questo fatto che fossero tutti uomini m’intimoriva, insomma, mi preoccupava. Quando arriva il primo giorno, mio padre mi accompagna. Andiamo dal Ferretti che ci fa accomodare nel suo ufficio, dice che è molto contento che la figlia del signor Domenico vada a lavorare da lui, che sono una ragazza proprio bella. Assomiglia ad Adriana, approva serio mio padre. Detto tra parentesi, non è affatto vero, io assomiglio a lui e non a mia madre. Poco dopo se ne va, finalmente, e allora il Ferretti mi accompagna all’Ufficio Contabilità. Era un tipo buffo: per quanto piccolo di statura e con una bella pelata, camminava tronfio e si dava una certa importanza, e io dietro, impacciata come una collegiale. Un ingresso trionfale, ci mancava solo la fanfara. Un tipo così non l’avevo mai incontrato.

Nonna, perché hai detto che Ferretti era pignolo?

Ti faccio un esempio. Un giorno stavo lavorando con un collega, Ermanno. Io dovevo segnare gli ordini per rimpiazzare i prodotti che stavano per finire. Per ognuno segnavo la quantità da richiedere. Per esempio, Ermanno mi diceva: olio uno, zucchero due, farina uno, e poi ancora olio tre, zucchero uno. Io mettevo uno o più trattini di fianco a ogni prodotto, e alla fine avrei fatto la somma per avere il totale. In quel momento passa il Ferretti, mi osserva e mi dice: Signorina Margherita, permette un suggerimento? Certo, ragioniere, rispondo. Ecco, guardi, le conviene mettere via via, accanto a ogni prodotto, dei trattini verticali: uno, due, tre, quattro. Quando arriva al quinto, e qui mi prende la matita di mano, zac, dice, e tira una bella riga diagonale, zac, ripete, e così ha fatto la cinquina. In questo modo la somma finale è più facile, se la trova praticamente bell’e fatta, aggiunge.

E tu cosa gli hai detto?

Cosa volevi che dicessi. Grazie, ragioniere. Appena si è allontanato, io ed Ermanno ci siamo guardati di sottecchi, ci scappava da ridere come a scuola, non riuscivamo a stare seri. Mi ricordo che ho fatto finta di andare in bagno per smaltire la ridarella. Da quella volta, quando lo vedevamo comparire, dicevamo a bassa voce: attenzione, zac, arriva la cinquina!

Prima hai detto che erano tutti uomini, quanti erano?

Quattro. Il primo giorno si alzano in piedi, vengono a presentarsi e a stringermi la mano. Mi dicono un sacco di belle frasi, del tipo: Signorina benvenuta, molto piacere di conoscerla, vedrà che si troverà bene. Ognuno cerca di dire qualcosa di spiritoso, non ricordo più chi ha esclamato: Ci voleva un tocco di grazia in quest’ufficio!

Margherita si china verso Alessandra e con aria complice, abbassando il tono di voce, le dice: cercavano di essere spiritosi, magari senza riuscirci.

Ho dei compagni di classe che sono così. Pensano di essere spiritosi, invece…

Nonna e nipote se la ridono soddisfatte, confermando la tesi secondo cui la complicità femminile non ha età.

Ho un’immagine vaga di quei primi momenti, riprende Margherita. Ero tesa, non avevo fissato bene nessun viso, forse quello del nonno mi era sembrato migliore degli altri. Poi il ragioniere mi aveva accompagnato a una scrivania, mi aveva dato alcune istruzioni e anche fatto un breve sermone a tutti sull’importanza di essere precisi nel nostro lavoro, si era congratulato ancora con me e se n’era andato.

Entrambe, quasi nello stesso momento, tirano un sospiro di sollievo, come se fosse appena uscito dalla stanza il ragioniere in carne e ossa.

Alessandra ha finito di bere la cioccolata e, continuando a rimanere accovacciata, si allunga per posare la tazza sul tavolo di cristallo al centro della sala. Ma scivola, quel tanto che basta per farle appoggiare malamente la tazza, che cade sul pavimento con il rumore secco della ceramica sul marmo.

Oh!, esclama. L’ho rotta.

Margherita si china, raccoglie il pezzo più grande della tazza, lo esamina con attenzione.

Alessandra, dice mentre fissa con serietà, alternativamente, la nipote e il pezzo che sta tenendo in mano, sai cosa ti dico? Che questa era la tazza più antipatica di tutte! La più antipatica. L’ho riconosciuta subito, commenta, guardando il pezzo in controluce. Da qualche tempo la tenevo d’occhio.

E ride di gusto, contagiando la nipote, che fino a quel momento aveva trattenuto il respiro.

Mentre sua nonna va a prendere una scopa per raccogliere i frammenti della tazza, Alessandra pensa che forse non solo l’aspetto fisico, ma qualcosa del carattere burbero di suo padre, la nonna l’ha ereditato, per fortuna solo in apparenza.

A posto, dice mentre torna a sedersi. C’è una cosa di quel primo giorno che ricordo con chiarezza. Verso la fine della mattina Tino si era avvicinato alla mia scrivania e si era fermato accanto a me. Vedrà, signorina, si troverà bene in quest’ufficio, sono molto contento che lei sia qui. In quell’occasione Tino mi aveva fissato a lungo ed io, per un tempo che a me era parso lunghissimo, anche se forse si era trattato solo di qualche secondo, avevo sostenuto il suo sguardo come non avevo mai fatto con nessun uomo.

Margherita sorride compiaciuta, poi continua.

Lo ringrazio e gli dico che sono contenta anch’io. Questa è stata la prima volta in cui ho visto bene tuo nonno, l’ho guardato in faccia da vicino.

Com’era il nonno da giovane?

Lo sguardo di Margherita si fa assente mentre si sposta verso l’alto, come se la risposta fosse scritta su una parete o su un angolo del soffitto, poi sembra perdersi in un orizzonte vago e lontano.

Era un tipo. Assomigliava a Errol Flynn, un attore molto famoso all’epoca. Magro, con i capelli ondulati, due baffetti sottili molto curati, il viso asciutto e poi gli occhi… due occhi scuri, profondi, lo sguardo insistente, sai, di quelli che non ti mollano mai, ti vogliono leggere dentro. Diversissimi dai nostri. Io, il papà, tu… il nostro colore è l’azzurro, noi siamo della dinastia degli occhi azzurri. Tino era molto elegante: indossava pantaloni con il risvolto, le bretelle colorate, le cravatte intonate al vestito. Sì, aveva una certa eleganza.

Un tipo affascinante.

Molto, approva Margherita. La storia è andata avanti nei primi tempi a forza di sguardi e di sorrisi. Sai, era un ambiente di persone gentili, cortesi, mi trattavano con riguardo, magari con qualche modo di fare discutibile. Per esempio, è successo più di una volta, se uno di loro voleva raccontare una barzelletta piccante, mi chiedevano se potevo uscire per qualche minuto…

Che sciocchi! Dovevi uscire tu!?

Cosa vuoi, erano altri tempi: era il loro modo di avere riguardo per me. Oggi diremmo che erano dei maschilisti, ma allora questo termine neppure esisteva. Nel nostro ufficio i rapporti tra i due sessi erano fatti di allusioni, sottintesi, occhiate.

Margherita scuote la testa, i ricordi le addolciscono il viso.

Ad Alessandra le sue parole a tratti appaiono soffici, vaporose come fiocchi di neve, a tratti rapide e taglienti come la pioggia invernale, quando il vento la fa scendere in diagonale.

Un giorno il nonno mi ha portato un mazzo di violette che ho messo in un bicchiere sulla mia scrivania. Anche gli altri colleghi vedevano di buon occhio l’intesa tra me e Tino, come se fosse scontato che l’unico a potermi corteggiare fosse lui: Ermanno era sposato, un altro, Giuseppe, era vedovo e piuttosto anziano, l’ultimo era un impiastro, Ercolino, è morto sotto il bombardamento…

Il bombardamento di Novi. Il papà me ne ha parlato, ma lui non ricorda nulla.

Lo credo, non aveva nemmeno sei mesi, è stato l’otto luglio del quarantaquattro. Una cosa terribile, spaventosa. Quando suonava l’allarme, a giugno ce n’erano stati molti, scappavamo su quelle alture. Vedi, dice accennando a una direzione con la mano, sulla Collinetta. Il papà, lo mettevamo in una cesta. C’era un amico del nonno, soprannominato Il Botte, un tipo sempliciotto ma buono, forte, gli volevamo tutti bene, prendeva il papà e lo portava fin lassù, ci rifugiavamo in alto. Il centro di Novi è stato bombardato dagli americani, anche se erano gli alleati. Ah, solo dei folli possono fare le guerre, non ci posso pensare. I morti, il centro distrutto, i palazzi sventrati. Basta, torniamo a Tino, è meglio.

Alessandra vorrebbe dire qualcosa, ma non le arrivano le parole. Resta in attesa.

Poco tempo dopo, riprende Margherita, sai cosa si era messo a fare il nonno? A prepararsi per uscire, non appena si accorgeva che io mettevo in ordine la scrivania e la chiudevo. Si faceva trovare davanti alla porta e così uscivamo nello stesso momento, insieme, come per caso. Le prime volte mi accompagnava per tutto il cortile interno, io tenevo la bicicletta a mano, lui aveva la giacca buttata dietro una spalla e tenuta con l’indice: era un tipo, lo sai. Mi faceva piacere la sua compagnia, complimenti molto misurati.

Nonnina, dimmene qualcuno, ma se non vuoi comprometterti…

Ah, spiritosa lei. Figurati! Complimenti garbati, gentili. Da cavaliere. Un giorno mi aveva chiesto se poteva darmi del tu. Ah, gli avevo risposto piena di sussiego, allora il tu devono darmelo anche gli altri colleghi. Sì, hai ragione, mi aveva detto, lo dirò domani in ufficio che dobbiamo darci tutti del tu. Aveva sorriso soddisfatto.

Lo ripete sempre la mamma che Tino aveva un sorriso malizioso, e anche una risata contagiosa. Io mi ricordo quando mi faceva i giochi di prestigio con le carte, si divertiva a vedere la mia faccia stupita.

Quando era di buon umore, era anche spiritoso. E così, tra un complimento e l’altro, il tratto di strada con relativa scorta diventa sempre più lungo, finché un giorno mi chiede se possiamo vederci una sera, magari per prenderci un gelato. La prima volta che me l’ha chiesto ho risposto di no, che non potevo, anche se avrei voluto rispondere subito sì, sì, con grande piacere. Dovevo trovare il modo di organizzarmi. Infatti, alla seconda richiesta ho accettato e sono riuscita ad andare. Ai miei ho detto che sarei uscita con Maria, una mia amica che abitava vicino a noi. Ti sembrerà strano che per uscire a prendere un gelato dovessi ricorrere a un sotterfugio, ma non dimenticare che tipo era mio padre.

In questa storia, lui fa la parte del cattivo, mi sembra.

Era fatto così. Mi ricordo benissimo a distanza di anni, una ragazzina, ero andata con due amiche sulle giostre. Prima di uscire mi dice, perentorio come sempre: Alle sei a casa, capito? Nel pomeriggio saliamo sulla giostra con le automobiline, quelle che si scontrano, come si chiama, la Rumba. Quando finiamo i soldi, il ragazzo della cassa si avvicina e ci regala due biglietti a testa. Noi ragazze attiravamo i ragazzi. Abbiamo continuato a fare i nostri giri e io mi sono dimenticata dell’orario. Ci credi? Alle sei e mezzo compare lui, la faccia tirata, gli occhi dilatati, lo vedo da lontano, anche lui mi vede, si avvicina alla giostra, mi fa scendere dalla macchinetta, quasi mi faccio male, e dice: Andiamo, e s’incammina verso casa senza neppure girarsi. Anche le mie amiche erano scese, tutte e tre lo seguiamo in fila, guardandoci in silenzio, con le facce sbigottite. Eravamo bambine, ma questo episodio è rimasto scolpito nella memoria di ognuna di noi.

Eh, lo credo!, esclama Alessandra mentre guarda la nonna con gli occhi spalancati. Incredibile. Per qualche minuto di ritardo.

Ecco perché sono dovuta ricorrere a un sotterfugio per un gelato. E qui comincia la parte più bella: io e Maria ci avviamo verso la gelateria, con l’intesa che poi sarei rimasta da sola con Tino. L’appuntamento funziona, noi due passeggiamo lungo il Viale dell’Indipendenza, che allora era meno illuminato di adesso. Tino è molto galante, mi dice che ha molto piacere di stare con me, mi prende la mano, io, lo ricordo ancora benissimo, la ritraggo; lui la riprende e me la tiene tra le sue e poi mi attira a sé, e mi sfiora la guancia con un bacio. Adesso dobbiamo tornare, dico distaccandomi e, rapida più che mai, torno da Maria che moriva dalla voglia di sapere com’era andato l’incontro. Bene, bene, e le racconto tutto. Mi sentivo la guancia baciata in fiamme, ero eccitata, forse in quel momento mi ero accorta di quanto mi piacesse tuo nonno.

Te ne sei accorta proprio in quel momento?

Direi di sì.

Nonna, vorrei chiederti una cosa.

Dimmi.

Come si fa a capire se una persona, un uomo, Alessandra sta biascicando le parole, cioè, voglio dire, un ragazzo, ti piace veramente?

Se ti piace per davvero? Beh, quando ti tremano le gambe che fanno giacomo giacomo, oppure quando il cuore comincia a correre e a fare tototoc tototoc tototoc, come un cavallo al galoppo che non c’è verso di fermarlo. Se ti manca la saliva e la bocca è impastata. Anche quando vorresti che non se ne andasse più. È il cuore che comanda.

Tutte queste cose assieme?

No, cara, no. Ne basta una, e ce ne cresce. Se la storia va avanti, queste manifestazioni si riducono, anche se forse non dovrebbero mai scomparire del tutto. Ogni volta che Tino rientrava dopo essere stato fuori qualche giorno per lavoro, io mi emozionavo nel rivederlo, come posso dire, il mio cuore era contento. Poi c’è una cosa, secondo me molto importante, che deve rimanere per sempre. Tu non devi mai provare vergogna per quello che lui dice o fa, mai. Devi sempre essere a tuo agio, tranquilla, serena. C’è qualcuno che ti fa questo effetto?

Non proprio così. Però c’è un ragazzo della terza che quando lo vedo sono contenta, mi piace parlare con lui.

Allora qui ci vogliono proprio i tarocchi, dopo vediamo cosa dicono a proposito di questo ragazzo.

Oh, sì, sì, grazie! Alessandra alza un braccio e apre due dita in segno di vittoria. E dopo? Siamo arrivate al primo bacio.

Gli accompagnamenti all’uscita dal lavoro diventano più lunghi, riusciamo a vederci altre volte. Facevamo lunghe chiacchierate, mi piaceva sentirmi corteggiata. Era divertente, anzi intrigante, quello che succedeva in ufficio: ci bastava uno sguardo per intenderci, per sorridere insieme oppure far finta di niente, insomma, si era creata un’intesa proprio bella. Finché una sera, una bruttissima sera, arrivo a casa più tardi del solito e trovo mia madre che mi aspetta sulla porta con una faccia da spiritata. Ha sempre avuto la tendenza a drammatizzare. Mi viene incontro come a proteggermi: Il papà sa tutto!, esclama. Tutto che cosa?, chiedo io, sorpresa. Tutto di te e del signor Agostino. Non so ancora adesso in quale modo fosse venuto a sapere delle nostre passeggiate: qualcuno ci aveva visto ed era andato a riferire. Forse era stata Maria a lasciarsi scappare qualcosa.

Maria, maledetta spia!, esclama Alessandra.

Margherita sorride. Non lo so, di sicuro in una città piccola come la nostra, le voci girano con troppa facilità. Comincia la sceneggiata. Il nonno aveva saputo che me la intendevo con il signor Agostino, un collega più vecchio di me, come se questo fosse stato un peccato. E per di più, con un uomo che faceva il bellimbusto con le donne.

Il bellimbusto? Ah, il nonno, un bellimbusto?, chiede Alessandra con gli occhi che spalancano l’azzurro.

La fama del conquistatore, ce l’aveva. Bello, elegante, spiritoso, non passava per un tipo del tutto affidabile. Per fartela breve, mio padre mi proibisce di frequentarlo, mi vieta di farmi accompagnare anche di un solo metro per strada. Ricordo che ho avuto il coraggio di ribattere: Ma in ufficio dobbiamo parlarci per forza. Non ci metto niente a trovarti un altro posto, mi aveva risposto.

Margherita s’interrompe. Scuote la testa. Un velo di tristezza appare sul suo viso, che sembra ingrigirsi. Il soggiorno sta rabbuiandosi, solo uno spicchio di pavimento resta ancora illuminato dal sole che ha cominciato a chinarsi oltre il giardino.

È stata una costrizione enorme. Proprio per questo, quanto più grande sentivo l’ingiustizia, tanto più cresceva in me l’energia per respingerla. Era una reazione istintiva, sentivo di essere nel giusto.

Come mai una reazione così esagerata?. Non avevate fatto niente di male.

Il tuo bisnonno è sempre stato un’ottima persona ma era convinto che Tino non fosse il fidanzato giusto per me. E pensare che da sposati, se ci capitava di discutere, era più facile che prendesse le sue ragioni anziché le mie. Credo anche che abbiano influito sull’atteggiamento di mio padre delle divergenze politiche, ma quest’aspetto è sempre rimasto sullo sfondo. Mio padre, socialista della prim’ora, amico o almeno conoscente di Pertini, Tino, invece, di tendenze diverse, tra l’altro suo fratello era un fascista con- vinto, ma lui è sempre stato poco interessato alla politica. Per molto tempo, dopo il referendum, ha continuato a votare repubblicano.

Chissà cosa farebbero i miei, si chiede Alessandra, se sapessero che frequento un ragazzo che a loro non piace, che magari ha una certa fama. La mamma di sicuro vorrebbe conoscerlo di più, lo inviterebbe a casa e proverebbe a redimerlo, ha sempre avuto la vocazione della crocerossina; il papà invece farebbe delle indagini per conto suo per scoprire vita, morte e miracoli.

Quel periodo, continua Margherita, dopo la sua sfuriata, è stato brutto, triste. In casa c’era una tensione. Nel frattempo, le malignità più strane e assurde arrivavano da ogni parte: picchiavano come grandine contro i vetri di casa nostra, bussavano alla porta come debiti. Per me, era come vivere una doppia vita: in casa silenzi, musi lunghi. Mia madre, poverina, cercava di rendere l’aria respirabile raccontando qualcosa, anche se a volte non faceva che peggiorare le cose: si capisce subito quando un discorso non interessa a nessuno. Per fortuna, quando uscivo, riprendevo a vivere. Pedalavo spedita per andare al lavoro, dove potevo vedere Tino e stare tranquilla. Riuscivamo anche a parlarci, a sorridere, io dimenticavo il malessere, aumentava in me il desiderio di stare con lui. Sono convinta che l’atteggiamento di mio padre abbia contribuito a rendere Tino ancora più desiderabile, proprio perché era una cosa proibita.

Si ferma e sorride a se stessa, pregustando quello che sta per raccontare. Un giorno è successa una cosa meravigliosa. Tino mi aveva dato una lettera. Sulla busta c’era scritto in bella calligrafia, in corsivo: Per Margherita. Era una lettera semplice, di sicuro ha contribuito a farmi innamorare di tuo nonno.

Ce l’hai ancora? Me la leggi?

Cara, te la leggerei con tutto il cuore, ma purtroppo è andata persa. Potrei ripeterla tutta a memoria, perché me la leggevo la sera a letto, l’avrò letta centinaia di volte. Avevo una paura folle che mio padre potesse scoprirla, e allora la tenevo nascosta. Sai dove?

S’interrompe e guarda con aria maliziosa Alessandra, che si porta una mano alla bocca e spalanca gli occhi, come se il gesto l’aiutasse a immaginare la risposta.

Nonna, non ne ho idea.

Mi vergogno a dirtelo. Non ridere, però. Prometti.

Lei alza la mano in segno di giuramento.

La tenevo nelle mutande, fasciata in un sacchettino di plastica.

Alessandra non riesce a mantenere la promessa e sorride incredula. Nelle mutande?

Anche Margherita sorride. Sì. Era l’unico posto dove nessuno avrebbe controllato, così l’avevo sempre con me. La leggevo nella mia camera, qualche volta in bagno, solo in posti sicurissimi. L’ultima frase, te la dico: Margherita, io desidero con tutto me stesso vivere per sempre con te.

Che meraviglia!

Ero raggiante. Mi sentivo leggera, mi sembrava di volare, però subito dopo ripiombavo a terra, di schianto. Come un aereo tedesco, lo chiamavano Pippo, che avevo visto cadere dalle nostre parti, con una lunga scia di fumo nero. Covavo una rabbia terribile contro mio padre: si possono avere pensieri cattivi in certi momenti della nostra esistenza contro chi c’impedisce di vivere la nostra vita.

E il nonno?

Il nonno… un angelo. Non appena pronuncia la parola angelo, è percorsa da un brivido, come se un’improvvisa corrente d’aria le fosse arrivata diritta nella schiena. Segue un lungo silenzio che la sensibilità di Alessandra si guarda bene dall’interrompere.

Margherita, stai tranquilla, mi diceva, vedrai che ci riusciremo. E mi chiedeva: Sei sicura di volerlo fare? E io a mia volta: E tu?

Lui rispondeva ogni volta: Io sono sicurissimo, è la cosa che desidero di più al mondo. Domande così, ce le saremo fatte mille volte. In certi momenti mi sentivo forte, in altri mi chiedevo perché io non potessi fare come Marilena. Perché non posso essere come tante ragazze normali? Una volta Tino mi suggerì di provare a fare il suo nome per un motivo qualsiasi, come per caso. Così vediamo la reazione di tuo padre, magari si è ammorbidito. La sera stessa ho provato. Nemmeno avessi nominato il diavolo. Forse quella è stata la spinta definitiva. Ma come, continuavo a tormentarmi, se non lo conosce neppure il signor Agostino! È corretto, è gentile, benvoluto da tutti i suoi colleghi d’ufficio, e lui lo tratta come un appestato. Non è giusto e io, in questa ingiustizia, non ci sto.

Margherita tace, poi si riprende, quasi con rabbia. Dimmi tu, chiede, rivolgendosi più a se stessa che ad Alessandra, cosa potevo fare? Un giorno, lo ricordo benissimo, ho avuto una sensazione strana, l’impressione che al mio fianco stesse scorrendo un’altra vita, quella che avrei voluto vivere. Mentre io continuavo a trovarmi dalla parte sbagliata del fiume, potevo quasi vedere sull’altra sponda la vita che avrei voluto per me, immaginavo tante persone felici, io, Tino, i genitori di entrambi, dei bambini, gli amici, tutti sorridenti, correvamo insieme, mentre nell’aria si sentiva una musica allegra, forse La Primavera di Vivaldi, anche se questa è una cosa che ho aggiunto dopo, allora non conoscevo Vivaldi. E non era un sogno, si trattava di un’immaginazione così forte da sembrare reale. Ah, Alessandra, sapessi quante persone ho incontrato che passano tutta la vita sulla sponda sbagliata del fiume. Ero innamorata di un uomo bello, perbene, simpatico, ma avevo un padre con una testa dura come l’acciaio. Basta, io in questa situazione non ci sto, continuavo a ripetermi. Non ci sto. Erano molte notti che ci pensavo.

Povera nonna. Devi aver sofferto molto.

Bah, cose dimenticate, ormai.

E allora cosa hai fatto?

Una mattina arrivo in ufficio come una furia, Tino si accorge dalla mia faccia che qualcosa d’importante è successo, riusciamo ad appartarci e io tutto d’un fiato gli dico: Ho deciso, ci sposiamo.

E lui cosa ha detto?

Mi ha guardato fisso negli occhi in un’immobilità statica, sembrava una statua, è rimasto muto per quattro o cinque lunghissimi secondi, poi si è come riavuto e mi ha detto: Margherita, ti amo. E sai cosa ha fatto? Ah, lo rivedo ancora adesso, si è messo a ballare il tip-tap come Fred Astaire. Tino, smettila, ci vedono, e intanto ridevo, non riuscivo a trattenermi. Ero felice, il nonno non era mai stato così bello come in quel momento. Ha anche detto: questa frase è profumata, sa di viola. Sono rimasta stupita, perché Tino un poeta non lo è mai stato. Come gli saranno uscite quelle parole…

Chissà com’era divertente il nonno mentre ballava il tip-tap in ufficio! Mi sarebbe piaciuto vederlo, che bello!

Ce l’ho ancora davanti agli occhi. Tino è un bravo ballerino, ha il senso del ritmo. Quella scena rimane una delle immagini più belle della mia vita. E sai cosa ho pensato in quel momento? Con uno così, devo per forza imparare a ballare pure io.

Brava nonna! E hai imparato?

Certo! Non mi piaceva per niente quando ballava con qualcun’altra. Forse ero gelosa, aggiunge a bassa voce Margherita, come se qualcuno potesse ascoltarla. Prima che riuscissimo a realizzare il nostro sogno, doveva passare ancora molto tempo. Discutevamo su come comportarci, sia in ufficio sia fuori, e soprattutto come io dovessi comportarmi in casa. Fuori uscivo con le mie amiche, in casa non manifestavo gioia, nemmeno particolare tristezza. Un atteggiamento neutro, la scelta migliore per non destare sospetti.

Ti costava fingere in quel modo?

Se ci pensi, così giovane, avrei voluto essere libera di lasciarmi andare. Eravamo in guerra, c’era un’aria di paura e di tristezza che la potevi respirare. C’era il razionamento, miseria, le code con la tessera del pane, la borsa nera. No, in fondo no, fingere non mi costava molto. Dentro di me ero così piena di speranza e presa dalle cose da fare che non sentivo il peso della commedia. Sotto la maschera continuavo a sognare, a fantasticare anche su Roma, perché avevamo deciso di andare a Roma in viaggio di nozze. Tuttavia c’era da superare un ostacolo non da poco: le pubblicazioni del matrimonio. Ci volevano, come oggi, credo, quindici giorni di anticipo: non si potevano pubblicare, i miei sarebbero venuti a saperlo in un istante.

Nonna, questa storia sta diventando un giallo. Se non sapessi già che è finita bene.

Tino è andato dal Vescovo a chiedere la dispensa. Non so come ci sia riuscito, di sicuro so che le pubblicazioni non ci sono state. Eravamo in uno strano stato d’animo, felici sì, ma anche attenti a non lasciar trasparire la nostra gioia. Ah, un’altra cosa buffa è stata quella dei miei vestiti per il viaggio di nozze. Già da qualche tempo portavo in ufficio qualcosa, un indumento alla volta, che Tino sistemava in una valigia. Il giorno del matrimonio è arrivato con una bellissima valigia di pelle: dentro c’erano in ordine tutte le cose che, una alla volta, avevo preso dal mio guardaroba.

Nonna, e il venti, com’è andata?

Te l’ho detto. Invece di andare a lavorare, sono andata a sposarmi. Sono volata, letteralmente.

Oh, che storia!, dice Alessandra agitandosi sulla poltrona. Che bello stare con lei, pensa, meglio di un’amica.

Solo in seguito, ripensandoci, continua Margherita, mi sono resa conto di cosa vuol dire essere felici. O forse ero felice senza esserne consapevole. Di certo ero piena di timori. La mattina, siccome non dovevo destare sospetti, mi ero vestita come il solito, avevo un vestito a fiori, morbido, tiepido e una giacca nera a spalle larghe, me lo ricordo bene.

Nonna, avete le foto del vostro matrimonio?

Purtroppo no, nessuno c’aveva pensato, pazienza. Sai, quella mattina mi era sembrato che mia madre mi guardasse in modo strano, figurati, era tutto nella mia testa. Mi rivedo come in un film: salgo sulla mia Celestina e le parlo, tu sei la mia salvezza, le dico, non forare adesso, vai, Celestina, vai. Non so quante cose pensassi, i pensieri mi giravano in testa come le ruote della bicicletta, più veloci di me che filavo meglio di Binda o Girardengo, Celestina non forare, Tino sarà già lì? Sarà pronto il prete? Quando sono arrivata davanti alla chiesa, mi si è aperto il cuore, lui era lì, elegante, con il suo amico più caro, Luigi. A questo punto, una nuova difficoltà: mancava un testimone.

Un testimone?

Eh, sì. Uno era Luigi, ma l’altro? Tino ha visto un militare, l’ha chiamato, si sono messi a parlare. Gli avrà spiegato la situazione, gli ha anche dato qualcosa (questo, l’ho saputo dopo, in treno), e così abbiamo trovato il secondo testimone. Finita la cerimonia, all’uscita della chiesa, Tino mi ha detto: Sei bellissima. È sempre stato prodigo di complimenti. Una volta, mentre guardavamo Via col vento, mi ha sussurrato: Sei più bella di Vivien Leigh. Ero commossa e felice, con il mio mazzolino di fiori che aveva portato Luigi, è stato davvero carino. Non vedevo l’ora di scappare via. Abbiamo preso un’auto per andare a Genova, da dove siamo partiti in treno per Roma. Luigi ha preso in custodia la mia bicicletta. Anche il viaggio in treno è stato bello. Continuavamo a guardarci, io e Tino, e a sorriderci. Ci abbracciavamo e ci baciavamo. Ho impiegato un certo tempo prima di rendermi conto che ero una donna libera, ero inebriata dall’idea. Avevamo anche una grande cesta piena di cose buone da mangiare, l’aveva preparata Antonina, la mamma di Agostino. Mangiavamo e ridevamo, ridevamo e mangiavamo, avevamo anche una bottiglia di dolcetto con una fascetta, dove c’era scritto Viva gli sposi. Antonina è sempre stata una donna premurosa.

Margherita si ferma, si lascia andare contro lo schienale della poltrona, si guarda intorno. Un grande sospiro.

L’ho capito allora, dice parlando a se stessa, durante quel viaggio indimenticabile, che per essere felice devi fare quello che ti senti. Non c’è padre o madre che tenga. Devi essere libera. Fare quello che ti senti di fare. Il desiderio viene come prima cosa e poi, subito dopo, il coraggio di realizzarlo. Poi può anche andare male, come si fa a prevedere. Se non provi, ti rimarrà sempre il rimpianto. Dopo, ci vuole fortuna. Come facevo a sapere, in fondo ero una ragazza, se davvero Tino era l’uomo giusto per me, e io la donna giusta per lui? Impossibile. Di una cosa sono sicura: se quella mattina non avessi preso la mia Celestina, mi sarebbe rimasto il rimpianto per tutta la vita. Guarda, dice adesso rivolgendosi alla nipote, come se dovesse convincerla e ottenerne l’approvazione, non ci posso nemmeno pensare. Bambina mia, le dice allargando le braccia, la storia del nostro matrimonio è andata così.

Alessandra, che non ha smesso di fissarla neppure per un attimo, si alza e l’abbraccia. Nonna, e i tuoi genitori quando l’hanno saputo?

L’hanno saputo il giorno stesso. Appena arrivati a Roma, ho telefonato in ufficio al famoso ragioniere, in casa non avevamo il telefono, pregandolo di dire ai miei che ero in viaggio di nozze a Roma, che stavo benissimo e di non preoccuparsi. Il giorno dopo ho parlato con la nonna e le ho detto: Siamo a Roma, stiamo bene. Quando torniamo, passo a trovarvi, ma non sola. Se volete che venga, vengo con mio marito, altrimenti. Lei non riusciva quasi a rispondere, ma alla fine della telefonata si era tranquillizzata. Ah, mi stavo dimenticando, prima di ripartire da Roma siamo anche andati a prenderci la benedizione dal Papa, Pio XII, forse non mi dispiaceva l’idea di un’aiuto dall’alto. Al ritorno ci siamo presentati dai miei. Mio padre era serio, ma non aveva più la faccia ostile, ha salutato mio marito stringendogli forte la mano, me l’ha poi confessato Tino, e gli ha chiesto: Tutto bene? Certo, ha risposto Tino, tutto benissimo. Abbiamo mangiato con loro e anche brindato.

Che bello! Se ne potrebbe fare un film.

Mia madre mi ha raccontato che dopo la telefonata da Roma, mio padre si era infuriato, forse aveva anche bestemmiato, ma lei gli aveva detto: Domenico, Margherita si è sposata, ha fatto la sua scelta per amore, abbiamo una figlia che sa quello che vuole. Anzi, adesso di figli ne abbiamo due, lei e Agostino. E poi i tarocchi sono favorevoli, sono sempre stati favorevoli, non ho mai visto dei tarocchi così belli. Quindi, è inutile che ti arrabbi. Era la prima volta, dopo venticinque anni di matrimonio, che gli parlava così. Mio padre era rimasto allibito, senza parole. Dopo essere rimasto in silenzio, le aveva risposto: hai ragione. E non avevano mai più toccato l’argomento, d’altronde non ce ne sarebbe mai stato motivo.

Però, Adriana!, esclama Alessandra con ammirazione.

E pensare che il carattere forte in famiglia è sempre stato quello di mio padre, ma in casa, aggiunge sottovoce, sono le donne che comandano, magari senza farsene accorgere, ricordatelo…

A Roma siete stati bene?

È stato bellissimo. Roma era meravigliosa, tutto era meraviglioso. Pensa che l’estate dell’anno dopo è stata bombardata. Era anche la prima volta che vedevo una grande città, a parte Genova, ma le nostre vacanze romane, te le racconto un’altra volta.

E da allora, guai a chi ti toccava il signor Agostino!

Proprio così. Sai, per molto tempo, qualche volta ancora adesso, seppure sempre più raramente, ho avuto degli incubi. Sono in ufficio, sto guardando Tino e una voce mi chiede: e se non è l’uomo giusto? e se il matrimonio non funziona? Lo puoi sempre rifare con un altro, risponde una voce lontana. No, io non voglio rifarlo. Io amo Tino. Cosa c’entra, obietta la voce, poi te la devi vedere con il ragioniere Ferretti, zac, zac, cosa dirai, zac, zac. Incubi di questo tipo, tutti a mettere in dubbio la mia scelta, a farmi sentire in colpa.

Nonna, certo che ne hai avuto di coraggio. A ventun anni!

L’amore è la cosa più forte che esista. Il nostro non l’avrebbero fermato nemmeno le cannonate. Non c’è niente che possa sfidare ciò che è dentro il nostro cuore. L’amore è invincibile.

Nonna, come mi piacerebbe vivere una storia così!

Certo, ne avrai una ancora più bella. I desideri veri, quelli giusti, te lo senti dentro che sono giusti, sono diversi dagli altri, non puoi abbandonarli. Li rimpiangeresti per tutta la vita. Sai, io e il nonno, in tutti gli anni che siamo stati assieme, non abbiamo mai cessato di considerare il nostro matrimonio come un evento straordinario, magico, una specie di tesoro inestimabile.

Grazie, nonna, le dice.

Appoggia la testa a quella di lei e rimangono così, ferme, immobili, in una posizione scomodissima.

Non passa molto tempo, anzi, ne passa pochissimo che con la migliore intempestività rientrano i genitori di Alessandra, che le sorprendono così, due figure nell’intimità di un quadro impressionista.

In un attimo l’incantesimo scompare, scoppia come una di quelle bolle colorate che fanno felici i bambini.

Siamo in ritardo. Dobbiamo partire. Siamo stati bene oggi, mamma. Grazie, è stata una festa bellissima.

Che palle!, esclama Alessandra sottovoce, quasi dentro l’orecchio della nonna.

Su, cara, vai, non fate tardi!, le dice Margherita mentre la tiene ancora abbracciata e le accarezza i capelli. Torna presto, aggiunge. Le ultime parole le escono fioche, la voce è afona.

Sì, nonnina. Grazie. Per Natale, vengo.

Borse e soprabiti raccolti in fretta, e poi una teglia di lasagne al pesto, due vasetti di sottaceti, una torta al cioccolato, due bottiglie di vino. Quando si viene via da Margherita, è impossibile andarsene senza niente. Sono le famose provviste della nonna.

Ormai la ragazza è salita in auto con i suoi genitori. Sua nonna, in piedi davanti alla porta di casa, ha la compostezza di una divinità nordica. Alza un braccio per salutare. All’anulare della mano sinistra due vere identiche scintillano per un attimo al sole che sta scomparendo tra gli alberi del giardino.

Papà, aspetta, grida Alessandra. Scende dall’auto e corre ad abbracciare Margherita. La tiene stretta per un tempo indefinibile, abbraccia con forza la sua magrezza, camuffata dall’ampio vestito a pieghe, appoggia il viso all’altezza del suo seno che si può solo intuire: la tiene stretta come se non volesse lasciarla più.

Prova una sensazione strana, nuova. Ecco, sì, si sente ricca, la sua è una provvista diversa da quella regalata ai suoi genitori.

Nella sua sporta immaginaria ci sono figure bellissime che l’accompagneranno per tutto il viaggio di ritorno. Una giovane donna, che forse le assomiglia, mentre legge in segreto una lettera d’amore piena di cuori e di parole alate, la stessa giovane con i capelli al vento che galoppa lungo la sponda di un fiume, un innamorato vestito d’azzurro che l’aspetta e si mette a galoppare al suo fianco, una radura dentro a un bosco dove sopra una grande tovaglia bianca qualcuno ha preparato una torta rotonda di panna e crema, un’orchestra che suona fili d’erba, poi una coppia che passeggia per Roma tenendosi abbracciata, tutti quelli che incrociano si girano ad ammirarla, poi, tra un’immagine e l’altra, un ritorno alla realtà, la riconoscenza per la sua nonnina. La voglia di tornare da lei, la promessa di farsi leggere i tarocchi.

Grazie, sono stata così bene con te. Anch’io. Ce la siamo raccontata bene. Margherita con un gesto rapido scaccia dagli occhi due tentativi di lacrime che, traballanti, stavano prendendo consistenza.

Ah, questo vento, dice infastidita, con un filo di voce diventata improvvisamente nasale. Quando ritorni, aggiunge dopo un poco, sollevando le sopracciglia bianche con uno sguardo giovanile d’intesa, li facciamo davvero i tarocchi. D’accordo?

Oh, sì, grazie. Ciao, nonna. Ciao, stella, buon viaggio.

Alessandra è in auto, rivolta indietro, con una mano si appoggia al vetro del lunotto posteriore, con l’altra continua a salutare fino alla fine del vialetto, dove l’ultima curva nasconde il brillio del suo sguardo.

Due lacrime che, nonostante la loro autenticità, erano state ricacciate indietro, possono finalmente riaffacciarsi sulla soglia del mondo e scivolare lungo le gote grinzose di Margherita e l’avorio invecchiato del suo viso per posarsi, sciogliendosi, sull’elegante écru del suo vestito.

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